A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La quotidiana guerra delle istituzioni scolastiche contro la buona volontà (Un’ invettiva)


Sono reduce da una full immersion di tre giorni per la partecipazione a un corso d’aggiornamento sulla prevenzione delle dipendenze negli adolescenti, uno dei rarissimi corsi d’aggiornamento utili, stimolanti e validi in circolazione.

Al termine di questo faticoso ma importante tour de force e alla luce di inutili problemi che già si profilano all’orizzonte nella mia scuola, sono giunto alle seguenti conclusioni:

1) Una buona parte degli insegnanti italiani, trasversali per età e sesso, sono più che disponibili a mettersi in gioco, ad aggiornarsi, ad acquisire nuove tecniche per migliorare l’approccio didattico e il rapporto con i ragazzi.

2) Le istituzioni scolastiche non meritano questi insegnanti.

3) Le famiglie, con le dovute eccezioni, non hanno la minima cognizione di quanto il nostro lavoro sia complesso, spesso frustrante, faticoso se svolto con serietà e impegno. Basta leggere i forum sui giornali che seguono a qualsiasi articolo che parli di scuola: luoghi comuni, disprezzo per la categoria, crassa ignoranza e arroganza.

4) Dei ragazzi, del loro futuro, della loro formazione, alla maggior degli insegnanti importa moltissimo, sulle famiglie il discorso sarebbe complesso e richiederebbe un articolo a parte che forse un giorno scriverò per poi cambiare rapidamente identità, alle istituzioni non importa nulla, anzi, il sospetto è che peggio sono formati, più ignoranti escono dalla scuola, meglio è.

Siamo a pochi giorni dall’inizio della scuola e torniamo al delirio consueto: cattedre scoperte, ritardi nelle immissioni in ruolo, confusione sulle assegnazioni provvisorie e sugli utilizzi, della situazione dei colleghi precari non parliamo per non aumentare la loro depressione, vincitori di concorso che non hanno neanche la prospettiva di ottenere una cattedra, dirigenti, vecchi e nuovi, incapaci che nessuno, e dico nessuno, propone di valutare seriamente. Aggiungiamoci che da quattro anni abbiamo lo stipendio bloccato, lo avremo anche il prossimo, il contratto di lavoro è scaduto da tre anni e non si parla di rinnovo e il nostro potere d’acquisto  è praticamente limitato alla sussistenza.

E’ un quadro indegno di un paese civile ma l’Italia, e questo è bene sottolinearlo, non è un paese civile. A reggere la politica ci sono un pregiudicato, un lobbista delle multinazionali e un ottuagenario che sembra aver perso ogni contatto con la realtà, l’opposizione, poi, è gestita da un comico miliardario isterico, amante del turpiloquio e da una buona percentuale di fuori di testa che con la realtà non hanno mai preso contatto neppure per un istante. Come si può parlare di civiltà in Italia? Con una classe intellettuale di servi prezzolati e una intellighenzia di ladri, siamo un paese che ha lo stesso carico fiscale della Norvegia e lo stato sociale della Grecia, perché gli italiani che rubano sono moltissimi, perché la colpa non è sempre degli altri, d’accordo, ma cazzo!, non è neanche di chi lavora ogni giorno onestamente!

E’ pensabile  fare ancora scuola al tempo del relativismo, dove conta solo apparire e fare soldi, meglio se si appare per fare soldi? Ha un senso sbattersi, aggiornarsi, incazzarsi ancora quando vediamo ragazzi abbandonati a sé stessi, dimenticati da tutti, ignorati da tutti, considerati solo in quanto clienti, quindi in quanto merce? Ormai non esistono più giovani e vecchi, maturi e immaturi, ma solo fasce di consumatori su cui tarare i prodotti. In Italia non abbiamo un governo ma una grande magazzino dove tutto si può comprare e vendere: intelligenza, dignità, rispetto. Alcuni articoli, a dire il vero, mancano, in primis il decoro e lo spirito critico.

Io credo, molti di noi credono, la stragrande maggioranza delle maestre e dei professori italiani crede che sì, proprio quando si raschia il fondo, fare scuola diventa ancora più importante, necessario, vitale per il futuro del paese. Così il sedici, torneremo nelle nostre classi, compileremo i nostri registri e metteremo le quotidiane inutili firme che ci costringono a mettere, litigheremo con dirigenti, collaboratori,segreterie e affini, malediremo ministri e burocrati ottusi, incompetenti e strapagati (un giorno parlerò dell’apoteosi della burocrazia scolastica, dell’arroganza allo stato dell’arte: i revisori dei conti) , e torneremo a mettere il dito nel foro della diga, sperando che anche per quest’anno, l’inondazione non arrivi. Lo faremo per sentirci in pace con la nostra coscienza, tornare a casa stanchi ma soddisfatti di aver svolto al meglio il nostro lavoro, per guardarci nello specchio senza vergogna ogni giorno, e per i nostri ragazzi, inconsapevoli vittime dell’inciviltà di un paese che ha perso ogni dignità.

A tutti i colleghi e a tutte le colleghe del nostro paese, e ai miei compagni e compagne di strada di ogni giorno, auguro di cuore un buon inizio, nonostante tutto.

Categorie:La scuola

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