A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Educare i ragazzi alle emozioni (perdute)


Posto raramente, negli ultimi tempi, non perché non abbia argomenti da commentare ma per una certa sovrabbondanza degli stessi. 

Vale la pena sprecare parole per descrivere la vacuità politica di Renzi, il nuovo illusionista da baraccone della politica italiana, o per stigmatizzare il razzismo sempre più radicale di una Lega allo sbaraglio o l’inconsistenza di Grillo, che ha sperperato un oceano di voti e di speranze? Direi proprio di no.

Allora tanto vale tornare a parlare di ragazzi e di scuola.

Succede spesso che ragazzi e ragazze che mi considerano degno della loro fiducia, se non altro per il rispetto che sempre mostro e ho mostrato nei loro confronti, mi chiedano consigli per uscire da situazioni difficili, momenti di impasse, cadute da cui non riescono a rialzarsi. I problemi sono vari: delusioni sentimentali, repentine prese di coscienza traumatiche di una insufficienza genitoriale sempre più diffusa, paura del futuro, presa di coscienza che non sempre i sogni e la vita reale vanno di pari passo.

Constato da qualche tempo, soprattutto nelle ragazze, una fragilità emotiva sempre più marcata, una incapacità di gestire in modo equilibrato  emozioni e sentimenti che può portare, in una adolescente, a problemi molto seri. E’ come se, in un mondo dove contatti, rapporti, amori sembrano apparentemente facili e alla portata di tutti, quando ci si accorge di quanto  difficile sia costruire una relazione condivisa, le adolescenti solitamente più mature, decise e motivate dei loro coetanei maschi, improvvisamente perdano coraggio e si arrendano alla prima difficoltà.

Intendiamoci: l’amore è una cosa seria a qualunque età, nell’adolescenza diventa poco più che tutto, lungi da me, adolescente problematico e, spesso, ahimè, rifiutato, sminuire l’importanza dei sentimenti, specie in una società dove sempre più vengono svalutati o messi in secondo piano. Le pene d’amore delle ragazzine sono indice di sensibilità, di una tenerezza ritrovata che sembra scomparsa quando leggiamo certe notizie sulle prime pagine dei giornali e dunque, benedette siano le proustiane fanciulle in fiore che sanno ancora emozionarsi e soffrire per un sorriso mancato.

Tuttavia rilevo, parlando con loro, l’assenza di una educazione emotiva, prima che sentimentale, una marcata difficoltà a comprendere e gestire le emozioni, prologo necessario alla gestione dei sentimenti. E’ un segno dei tempi: ho più volte rilevato come Facebook e i social network in genere, lungi dall’essere un veicolo di socializzazione, diventano amplificatori di solitudine e illusioni. Oggi i ragazzi non si lasciano più guardandosi negli occhi ma bloccando l’account, e quando vogliono vendicarsi dei torti subiti non lo fanno aspettando il reprobo/a all’uscita da scuola ma massacrandola/o con un flame. Le conseguenze spesso tragiche di questa virtualizzazione dei sentimenti le leggiamo ogni settimana sui giornali.

La discussione sulla famiglia, sulla sua progressiva scomparsa come punto di riferimento, sull’immaturità di molti genitori è lunga e vi dedicherò un post futuro, sperando di non inimicarmi le famiglie  che seguono il mio blog e che sotto l’antica di massima di de te fabula narrantur potrebbero sentirsi chiamate in causa.

Suona un po’ come una bestemmia di questi tempi e sono convinto che molti colleghi dissentirebbero,ma io credo che l’educazione emotiva dovrebbe essere una pratica insegnata a scuola. In Inghilterra, negli Stati Uniti, in Germania, in ogni scuola è presente uno psicologo ed educare i ragazzi a gestire le proprie emozioni, controllare le proprie ansie,è uno dei compiti peculiari di questi professionisti. Nella nostra scuola lo fa qualunque insegnante, di ogni ordine e grado, con un minimo di coscienza e un buon rapporto con la classe ma io credo che questa materia, impalpabile, indefinibile ma sostanziale, vada inserita nei curricoli sin dalla scuola elementare. I(n un mondo dove la paura è strumento di potere, imparare a vincere le proprie paure è un buon inizio per acquisire una coscienza critica.

Ci preoccupiamo tanto di una scuola collegata al mondo del lavoro e dimentichiamo che se i ragazzi non diventano prima uomini e donne equilibrati, sereni, in grado di dare e ricevere in modo equilibrato, non viziato da dinamiche di sottomissione, profitto o sudditanza psicologica, il loro futuro, anche se troveranno un lavoro gratificante, è comunque segnato da nuvole scure. La violenza sulle donne, gli abusi, la discriminazione di genere, il mercimonio del corpo, sono i figli degeneri di questa incapacità di amare, virus invisibile ma sempre più presente nella nostra società.

Qualcuno potrà obiettare che sarà la vita a fornire ai ragazzi gli insegnamenti necessari, forse anche con ragione, ma se la vita li schiaccia e noi avevamo la possibilità, con una parola, una sgridata, un momento di ascolto di impedirlo? Ci sentiamo di assumerci il carico di questa responsabilità?  La vita oggi è sempre più spietata, selettiva, complicata e la scuola non può continuare a ignorarlo.

Io ritengo che una solida formazione psicologica, in attesa che si arrivi a uno psicologo in ogni scuola, sia necessaria soprattutto nelle nuove leve, in chi non ha esperienza di cosa significhi fare scuola oggi, ha in mente il modello del Mulino bianco così caro ai nostri politici e crede che il rispetto gli sia dovuto per il ruolo che ricopre mentre va invece guadagnato giorno per giorno, Una formazione adeguata è necessaria non solo riguardo il sapere libresco ma riguardo la gestione delle classi. Si parla sempre più spesso di alunni problematici e non ci si rende conto che tutti i ragazzi, quando sono feriti, diventano problematici, portatori di problemi e tocca anche a noi suggerire soluzioni, sentieri diversi, aprire porte che sembrano definitivamente chiuse.

Io provo ancora malessere e un senso profondo di inadeguatezza quando un ragazzo/a si apre con me e tutto quello che posso offrirgli sono parole, sperando sempre di trovare quelle giuste, sperando di poter fare, in minima parte, la differenza. Ho sempre l’impressione di aver detto la cosa sbagliata, di essere, sostanzialmente, inutile. Quando resterò indifferente, quando il malessere sparirà, significa che è arrivato il momento di cambiare mestiere.

Categorie:La scuola

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