A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La terra dei fuochi dell’informazione


Diciassette esseri umani annegati mentre cercavano di raggiungere la terra promessa che ha le fattezze, poco attraenti e materne, del nostro paese di ladri, sono una tragedia ma non sufficiente a occupare le prime pagine dei giornali. E’ la terra dei fuochi dell’informazione italiana, la morte del giornalismo, la fine di un’idea di democrazia.

Le prime pagine sono piene di titoli su Scajola e sulla presunta task force nominata da Renzi contro la corruzione a Milano, ennesima operazione di facciata per raccogliere voti in vista delle europee ma si è già capito che questa sorta di piazzista rubato alla Folletto di più non sa fare. Poi ci sono le solite, capziose polemiche sull’euro e sull’Europa, il presidente del consiglio che raccoglie venti euro per terra e crede di essere spiritoso, quindi poche righe sul dramma, sotto le accuse di Renzi all’Europa riguardo il problema immigrati. Perché l’uomo, enciclopedicamente ignorante, quando non sa cosa dire (quasi sempre ed è meglio di quando parla) se la prende con gli altri.

Diciassette morti e cento dispersi in mare sono il bilancio dell’ennesima tragedia di migranti, una consuetudine ormai talmente radicata da non meritare neanche più un titolo in prima pagina. Parliamoci chiaro: in vista delle elezioni certe tragedie non fanno comodo, né alla destra, che trova difficile portare avanti i propri assunti razzisti, né all’attuale presidente del Consiglio perché, tra i tanti problemi italiani su cui ha solo blaterato a sproposito senza fare un cazzo, c’è anche quello dell’immigrazione. I giornali, come al solito, chinano la testa e titolano come vuole il re travicello di turno. Tutti i giornali, nessuno escluso.

Quello dell’informazione in Italia, termine eufemistico per definire le gazzette di menzogne organizzate in cui si sono trasformati giornali e televisione, è un problema di democrazia, e riguarda non tanto la libertà di informazione, seppure cerchino in ogni modo di limitarla resiste ancora, quanto la professionalità, l’etica del giornalismo, il senso di un mestiere che ormai è tanto corruttibile e asservito al potere quanto la politica. Ma della corruzione dei giornalisti nessuno parla perché, è noto, si vendono per poco.

Il grande giornalismo d’inchiesta, che vanta una lunga e gloriosa tradizione in Italia,  è morto, non esiste più, sostituito dalla marchetta elevata a sistema da alti esponenti del genere come Bruno Vespa e, per altri versi, Michele Santoro. Ma non esiste più neanche l’informazione, la mera recita dei fatti. Orwell l’aveva previsto e così è: nell’epoca del Grande Fratello un mediocre contapalle si trasforma nel nuovo leader della sinistra e con l’aiuto dei giornali, dà agli elettori un’idea di movimento, di pragmatismo che non corrisponde alla realtà, dal momento che raramente si è visto un esecutivo tanto immobile quanto mediocre e male assortito. Nell’epoca del Grande Fratello un ex comico senza uno straccio di idea che sia uno, passa per il grande nemico, un Savonarola in sedicesimo da combattere e cancellare, per non parlare di un pluripregiudicato per reati contro il patrimonio e la morale che passa per padre della patria.

Quella italiana è una politica da mentecatti fatta da mentecatti e passata per rivoluzione da giornalisti che hanno perso perfino l’idea della dignità del loro mestiere. Negli Stati Uniti giornalista significa cane da guardia del potere, due giornalisti hanno fatto dimettere un presidente, nel nostro paese, abbiamo al massimo i barboncini del potere, pronti a leccare i piedi al padrone, chiunque sia. Senza informazione, senza chi morda i piedi al potere, non c’è libertà. Oggi , in Italia, non c’è un solo giornale tra quelli più letti, che abbia il coraggio di osare, di non scivolare nella polemica sterile e asettica o nella lode incondizionata. Abbiamo ancora qualche giornalista di razza, ad esempio l’immenso Fabrizio Gatti, ma è poco, troppo poco per illuderci che esista ancora una informazione di denuncia seria.

Diciassette morti e cento dispersi sono una tragedia immane, l’ennesima, in un paese che preferisce non vedere, non sentire, non parlare, un paese omertoso, dove imperano corruzione e ipocrisia, un paese francamente schifoso. Diciassette morti non contano niente, contano meno di una banda di ladri schifosi e arroganti che avrebbero dovuto stare in galera da tempo, meno delle stupidaggini e della propaganda di un presidente del consiglio che finirà soffocato dalle sue chiacchiere, meno degli editoriali di tanti tromboni e falsi moralisti che vedono la pagliuzza negli occhi degli altri sempre e comunque.

Non portano voti, non sono ancora schiavi per produrre lucro, non sono ancora manovalanza per la criminalità, non sono nessuno, non contano niente, quindi non esistono. Se non per chi, silenziosamente o gridando, quasi sempre senza dare troppa pubblicità alla cosa, ha scelto di stare dalla parte degli ultimi. In Parlamento non ce n’è neanche uno e le urla che provengono dal fondo del mare, le urla del silenzio di quei morti che non contano niente, rischiano di renderci tutti sordi alla pietà.

Categorie:Attualità

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