A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Perché il merito nella scuola è la fine della scuola


Vado controcorrente, come ha detto Nando Dalla Chiesa durante un intervento pubblico a cui ho avuto il privilegio di assistere qualche giorno fa “la scuola deve andare contro il pensiero comune, non diventare un luogo di competizione, la scuola deve essere un luogo di resistenza”.

Il mio sindacato è da tempo favorevole all’idea di differenziare lo stipendio degli insegnanti in base al merito e io da tempo sono una voce fuori dal coro che dichiara, ad ogni incontro, la propria contrarietà. Adesso, il governo dell’arrogante moccioso sembra intenzionato a inserire il merito a partire dal prossimo anno scolastico, ovviamente in barba al contratto di lavoro, con cui ormai possiamo porre rimedio alla mancanza di carta igienica nelle scuole.

Sono contrario per spirito di casta (ahahah!) o perché ritengo di non rientrare nelle categorie dei premiati ? Sono un insegnante ipocrita e privilegiato che vuole continuare a percepire il suo sontuoso stipendio lavorando quattro ore al giorno o sono uno di quelli che leggono il giornale in classe?  Niente di tutto questo, anzi, per dirla tutta, se le cose andranno come prevedo, e quasi sempre vanno così, riterrei un onore non rientrare tra i ranghi dei privilegiati.

Il lavoro di un insegnante è invalutabile perché comporta un costante riaggiustamento di obiettivi e strategie, un quasi quotidiano mettersi in gioco, una ricerca di equilibri fragilissimi e un investimento emotivo a cui spesso si paga un prezzo alto. Di tutto questo, nelle proposte di valutazione, non si fa cenno.

La competenza libresca è solo uno dei criteri di valutazione, a conti fatti, il meno importante. Eppure è su quello che si accentrerà l’attenzione. Quando sento parlare di prove Invalsi anche per gli insegnanti, penso alla maschera di Pirandello e mi viene da ridere e da piangere a un tempo. Un test Invalsi valuterà la capacità di empatia con una classe? Ci dirà quanto vale in termini di denaro il perdere ore a parlare con un ragazzo dei suoi problemi, spesso sentendosi frustrati insieme a lui perché non si trova una soluzione? Il test ci dirà quanto vale mantenere gli equilibri in un consiglio di classe o contrastare le assurdità che spesso vengono fuori da dirigenti e circolari?

Il mestiere di insegnare, se fatto con coscienza, è una magnifica condanna, un lavoro di cesello che pochissimi riescono a capire e ad apprezzare, pochissimi tranne loro, s’intende, i ragazzi, che capiscono a pelle quello che cerchi di fare, che ti gratificano quando meno te l’aspetti, che ti regalano momenti che ti porterai sempre nel cuore. Sono loro gli unici giudici che riconosco del mio lavoro, loro e nessun altro.

La valutazione creerà una generazione di insegnanti diventati improvvisamente zelanti: basta ventilare un pugno di dollari a gente che fino a ieri si limitava a svolgere orario d’ufficio che improvvisamente proporrà progetti, aumenterà volontariamente l’orario di lavoro, diventerà disponibilissima. Ma non per questo, i cattivi insegnanti diventeranno buoni insegnanti. Questa nuova guerra tra poveri non farà della nostra scuola una buona scuola, si limiterà a trasformare consigli di classe e collegi docenti in campi di battaglia, si limiterà a rendere invivibili ambienti che per adesso, sono, almeno parzialmente, vivibili.

Verranno premiati i migliori, ammesso che questo aggettivo abbia un senso?

No, verranno premiati i vincitori di sempre: leccaculo, arrivisti, cortigiani e cortigiane, il vero motore di questo paese. Verrà premiata l’ipocrisia, esattamente l’adeguamento a quello spirito dei tempi che andrebbe contrastato di cui parlava Dalla Chiesa.

Quanti ai ragazzi, se si introdurranno premialità legate al merito, semplicemente si violerà il dettato costituzionale, che recita che la scuola deve assicurare a tutti le stesse opportunità, deve formare ed educare, formare ed educare alla vita, non alla competizione, non a calpestare tutto e tutti per raggiungere l’obiettivo. I miglior vanno valorizzati e potenziati, non premiati, e i più deboli recuperati e aiutati, non puniti. La logica premiale è una logica da codice Gentile, fascista e classista.

E’ lo spirito dei tempi, slogan privi di contenuto e provvedimenti chiari nel loro disegno: ieri il bavaglio ai giudici, domani il bavaglio agli insegnanti, il tentativo di costringerci a forgiare generazioni di cinici arrivisti, magari anche ignoranti, che non guasta, a immagine e somiglianza del nuovo potere. Vogliono trasformarci in agenti di una selezione naturale distorta, pretendono una scuola dove il fattore umano, il rapporto profondo e irrinunciabile tra un insegnante e la sua classe, unico, irripetibile e sempre nuovo, venga meno a scapito di un sapere settoriale, imbavagliato e precotto. Vogliono trasformarci in impiegati del potere al servizio del potere.

There must be some way out  of there, cantava Dylan, ci dev’essere una via d’uscita. Io non lo so se c’è, ma vale la pena continuare a cercarla.

Categorie:Attualità

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