A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Giustizia senza coraggio


 

Mafia

Usando le categorie esistenziali del boss de “Il giorno della civetta” di  Leonardo Sciascia, Roberto Saviano rientrerebbe con pieno diritto nella categoria degli “uomini veri”.

A quella dei “quaqquaraqquà” affollatissima nel nostro paese, appartengono invece quegli squallidi figuri che, dopo la vergognosa sentenza che ha assolto i due boss dall’accusa di essere i mandanti del comunicato che lanciava precise minacce a Saviano e a una giornalista, non hanno perso occasione per denigrare e offendere lo scrittore napoletano.

Sentenza priva di coraggio, che ci riporta agli anni bui della mafia, quelli del giudice Carnevale e delle assoluzioni per mancanza di prove. Sentenza che viene a ruota dopo quella dell’Aquila e quella, se possibile ancora più vergognosa, sul caso Cucchi, e testimonia, più che una crisi della giustizia, l’assenza della politica.

Saviano ieri sera, durante il suo intervento a Ballarò, portava sul viso i segni della sconfitta, perché di questo si tratta: la Camorra ha vinto. Una sentenza di condanna avrebbe chiaramente sancito la fine del tempo delle intimidazioni, avrebbe messo nero su bianco che per gli “ominicchi”, tanto per restare a Sciascia, della risma dei due camorristi che hanno minacciato Saviano era finito il tempo di dire e fare quello che volevano, che una stagione nera per la giustizia italiana era finalmente terminata.

Invece ci ritroviamo punto e a capo, a una negazione, “de facto”, della camorra e del suo potere di far seguire alle parole i fatti. E’ assordante il silenzio dei politici, i veri responsabili di questo stato di cose. E’ vergognoso che non ci sia stata un pubblica dichiarazione di solidarietà a Saviano. Ma, come ho detto, i quaqquaraqquà abbondano.

Parliamoci chiaro: per la politica la lotta alla mafia non esiste più da anni, non è argomento che rientri nei documenti di programmazione economica né nelle priorità dell’azione dei vari, pessimi esecutivi che si sono alternati al potere negli ultimi venti anni. Qui non è il caso di dire se è peggio Berlusconi, che i mafiosi se li teneva in casa o Renzi, che con Berlusconi fa gli accordi, qui bisogna denunciare l’assoluta e sospetta indifferenza della politica italiana verso un problema che è l’unico, vero freno allo sviluppo del paese.

O si capisce che la lotta alla mafia è prioritaria perché la mafia è il male di questo paese, il pensiero mafioso è il pensiero dominante in certi ambienti, le categorie semiologiche mafiose sono ormai parte integrante della nostra vita quotidiana e si cercano soluzioni adeguate per liberarsi di questa zavorra che ci impedisce di essere una nazione compiuta e civile, oppure le accuse di favorire gli interessi dei poteri forti, quasi sempre collusi con la criminalità organizzata, a scapito del benessere del resto dei cittadini sono del tutto giustificate, ed è troppo comodo liquidare chi denuncia questo sistema come un radicale o un idealista.

Segnali come quello di questa sentenza vanno colti al volo per rilanciare un’azione decisa, un’azione che non parta da un paio di nomi dal pedigree anti mafioso ineccepibile a cui vengono assegnate cariche senza alcun potere decisionale, ma da fatti concreti, provvedimenti chiari ed efficaci, leggi che si stampino a fuoco nei codici penali e che dicano che non si tornerà mai più indietro.

Non sembra che l’attuale governo abbia intenzione di procedere in questo senso, il colpevole ritardo nell’approvazione di norme urgenti come quella sull’auto riciclaggio, il silenzio sull’inserimento nel codice penale del reato di tortura, lo mostrano chiaramente.

E’ di oggi la notizia che il tritolo per il giudice Di Matteo è pronto, un’altra notizia che ci riporta indietro nel tempo. Dobbiamo aspettare un’altra strage perché la politica torni a occuparsi di criminalità organizzata? Questo paese ha davvero bisogno di quelli che, più che eroi, appaiono come vittime sacrificali sull’altare di Mammona, l’unico dio a cui i nostri politici sembrano essere sensibili?

Io spero di no,spero, appunto.

Categorie:Attualità

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