A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Dylan e le sue ombre come squarci di luce


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Il poeta ritorna e illumina la strada, come ha sempre fatto. Dylan ha marciato con Martin Luther King (prendendo  botte dalla polizia e dai bianchi), ha rappresentato insieme a Jimi Hendrix la rabbia del ‘68, con Blood on the tracks ha messo in musica la fine dolorosa di una relazione  rendendo universale ciò che è intimo e privato con il tocco del poeta, ha scritto una serie infinita di canzoni che resteranno nella storia e ha rivisitato come nessuno la musica popolare americana riscoprendo in largo anticipo quella musica “roots” che oggi va tanto di moda. Insomma, Dylan è un monumento vivente, un ebreo errante che continua a girare il mondo cantando parole taglienti come lame con una voce arrochita dal tempo che gli attira lazzi e cachinni da parte di chi non lo capisce e non l’ha mai capito, ma questo non gli ha impedito, negli ultimi dieci anni, di continuare a sfornare dischi memorabili e Shadows in the night, l’ultima sua fatica, è tra questi.

Dylan non ha fatto delle cover di canzoni di Sinatra, ha semplicemente preso una manciata di canzoni minori cantate anche da Sinatra e le ha ridotte all’osso, cantandole con una sorprendente voce senza età, una voce straordinaria che il peso dei suoi anni arricchisce invece di appesantire. Dopo il ribelle, dopo l’uomo in maschera di Renaldo e Clara, dopo l’emulo di Hank Williams negli ultimi concerti, ecco il crooner, l’ennesima incarnazione di un artista unico nel sapersi reinventare e nello sfuggire a qualsiasi tentativo di  inquadramento.

E’ un disco che sarebbe piaciuto a Raymond Carver, musica essenziale, minimale, poche note che illuminano l’anima. Basta ascoltare la versione di Autumn Leaves, da noi più conosciuta come Le feuilles mortes, famoso testo di Jacques Prevert, per vedere come Dylan la spoglia, la scorteccia fino al limite massimo e la fa sua, azzerando ogni versione precedente.

Il jazz era un approdo inevitabile, lo si intuiva dagli ultimi lavori ma, come a suo tempo Dylan reinventò il rock, qui reinventa gli standard; questa è musica che sa di fumo e alcool, di dark lady e segreti, la potrebbe suonare Sam a Casablanca mentre Bogart sorseggia il suo drink o Marlowe, tornando a casa dopo l’ennesima giornataccia.

Un disco crepuscolare, senza fronzoli e trucchi da studio di registrazione, un insulto alla commerciabilità, da ascoltare e riascoltare per carpirne i segreti, la magia sottile che emana dalla sua apparente semplicità. Un disco che ti entra dentro lentamente ma inesorabilmente.

Il menestrello di Duluth, smentendo chi pensava avesse perso il suo antico sarcasmo, ne ha approfittato per sbeffeggiare pubblicamente, in occasione dell’ennesimo premio tributatogli, quegli stessi critici musicali che oggi si inchinano alla sua grandezza.

Se Elvis è il re, Bob è l’imperatore, buon ascolto.

Categorie:Arte e spettacolo

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