A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Per la scuola pubblica, in difesa della democrazia.


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Domani i lavoratori della scuola pubblica scenderanno in piazza non per una prova di forza o per difesa corporativa di presunti privilegi ma per tutelare quel diritto allo studio che già da tempo è stato messo in discussione dalle istituzioni. Diritto immodificabile sancito dalla costituzione

Non facciamoci illusioni: la discriminazione tra le scuole esiste già : tra scuole dei quartieri ricchi e quelli dei quartieri poveri, tra scuole del centro e scuole della periferia, tra scuole de nord e scuole del sud, ci sono differenze inaccettabili dal punto di vista delle strutture in cui si lavora e degli strumenti messi a disposizione dei docenti. Dal momento che siamo in Italia, gli strumenti tecnologicamente più avanzati e le strutture migliori sono di pertinenza delle scuole più ricche, sia dal punto di vista del territorio sia da quello dell’utenza. La così detta riforma Giannini, che non è una riforma e non è stata scritta dalla Giannini che, nonostante il lessico discutibile, l’italiano lo conosce, non fa che legittimare questa discriminazione, legalizzarla, istituzionalizzarla. Il tentativo di fa entrare i privati nelle scuole, magari delegandogli il rinnovo del parco tecnologico, non farebbe che consolidare la situazione esistente: i soldi chiamano i soldi, è la schifosa regola del sistema in cui viviamo.

Potremmo parlare della beffa giocata dal piccolo principe ai precari: una promessa di assunzioni faraonica, basata su un organico indefinito e farraginoso, che non verrà mai mantenuta. Non si prende in giro così gente che da anni aspetta un posto di lavoro, che da anni lavora in condizioni difficili e non li si offende chiamandoli squadristi o con altri epiteti poco eleganti che costituiscono il vocabolario ridotto dei membri del governo. D’altronde, basta pensare ai modelli culturali di Renzi.

Senza contare quello che è il vulnus più profondo del disegno di legge: l’aumento spropositato dei poteri del dirigente scolastico, la facoltà di assumere e licenziare, quella di decidere l’impronta didattica dell’Istituto, oltre a violare svariati articoli di un contratto scaduto da sei anni ma ancora in vigore e a toccare in modo sensibile la libertà d’insegnamento, cancella quello che è il tesoro più prezioso della nostra scuola: la collegialità, principio che ovviamente risulta estraneo al demagogo de noartri che guida il paese. Gli insegnanti italiano lavora insieme, progettano insieme e decidono insieme e vogliono continuare a farlo. La linea didattica di una scuola, il suo progetto formativo, deve restare nelle mani di chi la scuola la fa ogni giorno, di chi ogni giorno, sedendosi in cattedra, eroga un diritto sancito dalla costituzione. Noi consociamo i ragazzi, viviamo i loro problemi, cerchiamo soluzioni e contestiamo con forza l’ipotesi che un manager, questo sono oggi i dirigenti, così vengono formati, ci dica cosa dobbiamo o non dobbiamo fare in classe.

Il modello scolastico italiano, con buona pace di Renzi e Faraone, è stato copiato e preso modello in tutta Europa, specie per quanto riguarda la scuola dell’obbligo. In nessun paese europeo l’integrazione dei disabili ha raggiunto i livelli italiani, fatto che nessuno cita mai. La scuola italiana, fino a quando è stata finanziata, progettava, sperimentava e faceva miracoli soprattutto nei quartieri più difficili dove, per selezione naturale, spesso si radunano gli insegnanti più motivati.

Anni di tagli al personale,cervellotiche modifiche degli orari, riduzione progressive dei fondi d’istituto, hanno portato la scuola a una oggettiva situazione di difficoltà le cui responsabilità sono tutte politiche. Ancora oggi, tanto per smentire altre balle che circolano in rete, il tempo scuola italiano, è il più alto d’Europa.

La scuola va bene così com’è? No. Andrebbero riformati i programmi, fermi agli anni settanta, andrebbe aumentata la flessibilità e la libertà d’insegnamento, andrebbe rivista la valutazione, tutte le scuole dovrebbero poter utilizzare i moderni strumenti tecnologici e andrebbe reintegrato il tempo pieno alle elementari e il tempo prolungato alle medie. Di tutto questo, nella pseudo riforma non c’è traccia. Tutto questo la Giannini non lo sa.

Io vorrei che le famiglie capissero che scendiamo in piazza anche per i ragazzi, perché è il loro futuro che la riforma mette in discussione. Parlare di merito senza contestualizzare, senza precisare che le competenze di un ragazzino dello Zen di Palermo non possono essere le stesse di quelle di un ragazzino di una equivalente scuola di Milano, significa discriminare, aprire la strada a chi parte avvantaggiato e non è quello che dice la costituzione. A scuola non si fanno gare, a scuola si cresce, ci si forma, si sviluppa lo spirito critico, si acquisiscono nozioni necessarie, si impara a rispettare gli altri e a collaborare con gli altri. A scuola non ci sono migliori perché in una scuola che funziona, ogni ragazzo dovrebbe essere messo in condizione di sviluppare i propri talenti, ogni ragazzo dovrebbe essere il migliore.

Quanto al merito degli insegnanti, il tentativo di scatenare una inutile guerra tra poveri utile solo a rafforzare il potere del dirigente e magari a imporre un certo orientamento politico agli istituti, è talmente scoperto, spudorato, spregevole che non vale spendere altre parole.

Questa riforma fa schifo, è gentiliana e autoritaria, puzza di fascismo e di incompetenza. Per questo domani riempiremo le piazze, per la nostra dignità e il futuro dei nostri e dei vostri  figli.

Categorie:Attualità

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