A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Non è più la scuola della Costituzione ( e noi diciamo no)


costituzione_italiana

Quella disegnata da Renzi, dal più incompetente e inutile ministro dell’istruzione che io ricordi ( e dopo la Moratti e la Gelmini non era un primato facile da raggiungere), e da utili idioti come il sottosegretario Faraone, è una riforma che tradisce il dettato costituzionale e inserisce elementi di autoritarismo in quella che dovrebbe essere l’istituzione anti autoritaria per eccellenza.

C’è una lunga tradizione pedagogica che, da Gramsci, a don Milani e Paulo Freire, rivendica il ruolo fortemente politico della formazione, considera l’educazione   strumento di affrancamento dall’oppressione, la scuola come un luogo di libertà, di scambio, di discussione.

E’ di questa tradizione che Renzi ha fatto scempio, è di questa linea di pensiero che ha paura. E’ contro questa tradizione che si pone quella che i giornali si ostinano a chiamare riforma. Ed è l’apice di un processo reazionario di distruzione della scuola pubblica cominciato con la destra neofascista di Berlusconi.

Lo stato miserando della nostra informazione, l’approssimazione e il leccaculismo cronico di molte firme del nostro giornalismo, si mostrano in tutta la loro pochezza e meschinità quando trattano di scuola. Che un giornale come Repubblica, che aveva beffeggiato la Gelmini e spinto gli insegnanti alla rivolta, annunci con toni trionfalistici un provvedimento che limita fortemente la libertà d’insegnamento de facto se non de iure, che introduce elementi di discriminazione tra il personale della scuola dividendolo in buoni e cattivi senza alcun criterio, che fa dei dirigenti scolastici piccoli duci in pectore, che nasconde, in nuce, un invito a spingere verso la meritocrazia anche tra gli studenti, contraddicendo puntualmente, con invidiabile coerenza, il senso e la lettera della Costituzione italiana, è semplicemente vergognoso, avvilente, deprimente.

Ma è avvilente e deprimente anche il silenzio di molti, la soddisfazione sadica degli imbecilli che credono che insegnare sia un mestiere facile e comodo, il sorriso sui volti dei fascisti che vedono realizzato il sogno di svilire la cultura e mettere alla berlina gli intellettuali, l’indifferenza delle famiglie che non riescono a capire cosa stanno rubando ai loro figli, gli argomenti privi di qualunque senso della realtà con cui pontificano sulle televisioni riguardo alla scuola personaggi squallidi che, evidentemente, hanno vissuto come un incubo l’obbligo di essere stati costretti ad aprire un libro.

La scuola pubblica italiana nasce nel dopoguerra  con l’intento di creare uomini liberi, ricchi o poveri che siano, di dare a tutti la possibilità di crescere e scegliere, di contrastare il pensiero unico. La scuola italiana nasce perché questo paese non cada mai più sotto una dittatura. Non solo ascensore sociale, la scuola deve essere strumento di libertà, veicolo di affrancamento dal disagio ed alla povertà, luogo di dialogo costante e riflessione sul mondo. Ma tutto questo Renzi non lo sa.

Cosa possiamo fare noi insegnanti? Se il più grande sciopero nella storia dela scuola italiana non ha smesso di un centimetro questa banda di guastatori dello stato sociale, come possiamo resistere?  In silenzio, tenacemente, far capire ai presidi sceriffi di turno che se i docenti incrociano le braccia e dicono no, non puoi convincerli, né comprarli, né blandirli, puoi solo ascoltarli e scendere a patti, resistere alle elemosine e alle lusinghe di un potere fittizio, continuare a mettere al centro il rapporto con i ragazzi e il valore fondamentale  dell’educazione sulla strada che conduce alla libertà e all’emancipazione. Isolare i servi che esistono in qualunque ambiente, ma che nel nostro, per fortuna, sono pochi, invitare i timidi a mettere da parte la loro timidezza, facendoli sentire parte di una unità, limitare le giaculatorie degli apocalittici e scuotere le coscienze degli integrati, fare dei collegi docenti un pugno chiuso.

L’abbiamo fatto al tempo della Moratti, l’abbiamo fatto al tempo della Gelmini, abbiamo vanificato due riforme nel silenzio più totale e silenziosamente uniti abbiamo salvato la scuola. Nessuno ci ha detto grazie, nessuno ce ne ha dato atto, ma forse qualcuno ha capito, se hanno deciso di darci un capo, se hanno scelto di applicare il ricatto più vecchio del mondo, quello del lavoro, anche ai lavoratori della scuola. C’è chi dice no, e nessuno come noi sa dire no. E’ di nuovo arrivato il momento di dimostrarlo.

Nel frattempo, da servitori dello Stato, non del governo di turno come vorrebbe questo esecutivo, confidiamo che lo Stato fermi questo scempio. Confidiamo nel Senato, nella corte costituzionale, nel Presidente della Repubblica, che di scuola capisce. Confidiamo  che il lungo torpore che sembra aver colto questo paese termini e si possa tornare finalmente a guardare al domani con un sorriso.

Categorie:Attualità

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