A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Pietà 2.0


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Provo una sensazione di disagio di fronte a certe immagini che circolano sui social network, una sensazione meno viscerale ma altrettanto forte rispetto a quella che provo ascoltando pochi minuti di un dibattito tv sull’immigrazione, con i soliti noti che dicono le solite bestialità e speculano sui morti senza alcun ritegno.

Io sono figlio di immigrati meridionali e pur amando la città in cui vivo (sempre meno, a essere del tutto sinceri) ho sempre avuto la sensazione che mi fosse stato tolto qualcosa, che uno stato di diritto pieno, una democrazia compiuta, avrebbe dovuto concedermi di nascere, lavorare e vivere in Sicilia. Sebbene negli anni la sensazione di sdradicamento si sia attenuata, non è mai scomparsa e, nonostante sia nato e cresciuto a Genova, resto un siciliano trapiantato.

Questo per dire che la condizione di migrante mi è nota, seppure nella forma meno virulenta dei tanti meridionali che negli anni cinquanta e sessanta giunsero a fornire manodopera a basso costo per le fabbriche del nord. Non posso quindi che sentirmi vicino a chi arriva da lontano, qualunque sia il colore della sua pelle e il Dio in cui crede.

Anche il razzismo mi è’ noto. Tante volte, negli anni della giovinezza, mi sono sentito ripetere la frase:” Tu non sembri un terrone” il che, logicamente, implicava:

a) Che sono comunque un terrone ( con l’aggravante di esserne fiero e non nasconderlo)

b) Che i terroni sono riconoscibili per caratteristiche che li rendono diversi dagli altri.

Questo per dire che il pregiudizio razziale in Italia c’è sempre stato, non è una novità e non è aumentato, casomai, da qualche anno a questa parte, non è più diventato qualcosa di cui vergognarsi ma un sentimento da sbandierare, un fattore unificante e identitario. Non stiamo vivendo qualcosa di nuovo, solo che adesso le notizie viaggiano veloci come il lampo e tutto è sempre sotto gli occhi di tutti, nessuno si vergogna più di niente, nemmeno il presidente del Consiglio, che usa l’immigrazione in modo ancora più volgare di Salvini.

Il mio disagio di fronte ai commenti sul web nasce dalla consapevolezza che molte di quelle persone pensano che sia sufficiente scrivere due righe sdegnate su un social network per mettersi in pace con la propria coscienza, sentirsi adeguatamente liberali e progressisti e tornare a postare frasi fatte o esternazioni intime. E’ la pietà 2.0, che non comporta impegno, non costa fatica: basta essere Charlie un giorno, un bimbo siriano annegato l’altro, gay un altro ancora, senza chiedersi perché, senza provare a capire cosa significa essere gay in un mondo omofobo e discriminatorio, cosa ha provato quel bambino quando le onde lo hanno strappato dal padre e perché il padre  ha rischiato la sua vita e quella dei propri figli per arrivare in un paese che non lo vuole, ecc. I social network uccidono lo spirito critico, sono come i Borg di Star Trek, creature che assimilano il nemico senza farsi troppe domande.

Paradossalmente, i razzisti mi fanno meno paura della massa che condivide e mette mi piace sui questi post necrofili. I razzisti li conosco, so cosa aspettarmi da loro, mi fanno schifo, li disprezzo, ma sono qualcosa di noto. Le brave persone che postano i loro mi piace mi sfuggono. Proprio perché sono brave persone.

Come spiegare loro che difendere lo snobismo sacrilego dei giornalisti di Charlie Hebdo e piangere il bambino siriano morto è una leggera contraddizione? Come provare a fargli capire che democrazia e libertà non significa disegnare una vignetta blasfema sul profeta ma fare sì che i bambini non vadano a morire annegati su una spiaggia? Come dirgli che non abbiamo visto i grandi della terra sfilare per quel bambino né per le migliaia di vittime del terrorismo africane, perché gli unici morti che contano per gli europei sono quelli europei, quelli come “loro”? Come inserire nella loro mente l’idea che un figlio gay non è una tragedia, che l’amore è un fatto intimo, privato e dovrebbe riguardare solo i diretti interessati senza che altri si arroghino il diritto di definire cosa è normale e cosa non lo è?

E’ questa finta solidarietà a folate che mi sgomenta, la consapevolezza che qualcuno possa credere che essere solidali si esaurisca nello spazio di poche righe, è la scomparsa dal vocabolario della parola “impegno”. Perché presto o tardi, arriverà il momento di scegliere da che parte stare e questa scelta comporterà conseguenze importanti per il nostro futuro. E non sarà facebook a salvarci.

Categorie:Attualità

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