A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Contro la Buona scuola: no alla normalizzazione


scuola-elementare

A mettere in fila la marea di balle raccontate da Renzi e Giannini durante la stesura l’approvazione e la messa in opera di questa finta riforma, non basterebbero tre articoli. 

La verità è che gli insegnanti hanno il contratto bloccato da sei anni e che senza un decreto legge fatto in fretta e furia per permettere ai dirigenti di nominare i precari, le scuole in reggenza sarebbero state di fatto ingovernabili. La verità è che da centocinquantamila assunzioni sbandierate pochi mesi fa si è arrivati a circa cinquantamila, quanto programmato da Enrico Letta. La verità è che in molte scuole mancano insegnanti, laboratori, dotazioni informatiche, e non ci sono i presupposti perché la situazione cambi. La verità è che esistono già in ogni città scuole che hanno tutto e scuole che non hanno niente e questa legge aumenterà il divario.

Non mi piace e non concordo con l’atteggiamento conciliante di alcuni comunicati sindacali, in cui si auspica una collaborazione tra dirigenti e insegnanti per il bene della scuola. Sono balle: la riforma ha sancito un confine, di qua i dirigenti, che ricordo, non hanno detto una parola contro la riforma, di qua gli insegnanti. I compiti non sempre sono sovrapponibili e spesso, come nel caso del merito e del mancato rinnovo del contratto, sono in contrasto. Mentre il bonus degli insegnanti è un’elemosina, quello dei dirigenti può arrivare a cinquemila euro: non venitemi a dire che stiamo dalla stessa parte o che collaboreranno con noi per mitigare gli effetti della riforma: lo dico da sindacalista, siamo seri e non raccontiamoci storie da soli. Vediamo di risolvere, invece, la contraddizione di un sindacato che difende i padroni e i sottoposti, spesso strizzando l’occhio ai primi.

Chi ha il potere, non ci rinuncia in virtù del bene comune, forse nelle favole, ma non nel nostro paese. E’ bene dunque che sindacati e lavoratori capiscano che, se si vuole salvare la scuola, è necessario assumersi le proprie responsabilità e non adeguarsi alla situazione, né dare per scontato che tanto la riforma è stata fatta e non possiamo fare più nulla. 

Possiamo eccome, con delibere del collegio dei docenti e delibere assembleari che marcino in direzione contraria alla finta riforma renziana. Ad esempio, deliberando che il comitato di valutazione non abbia potere di decisione sul merito, chiedendo che le risorse sul merito rientrino nel fondo d’istituto per essere utilizzate in progetti sui ragazzi,  decidendo che sarà il dirigente, con i fondi che ha a disposizione, a pagare i suoi collaboratori che non verranno pagati più col fondo d’istituto destinato a progetti sui ragazzi, rifiutando il concetto di meritocrazia applicato ai ragazzi perché la scuola deve valorizzare le eccellenze, sostenere chi è in difficoltà e assicurare a tutti pari condizioni di trattamento.

Tutti punti che i docenti possono approvare in collegio o in assemblea senza violare nessuna legge, punti che, in parte, mitigano gli effetti della riforma.

Dobbiamo rifiutare con forza il concetto di scuola aziendale che questa riforma porta con sé, evitare la guerra tra poveri, usare la collegialità in tutti gli ambiti in cui questo è possibile, anche quelli all’apparenza più insignificanti. Dobbiamo tornare a ragionare in termini di “noi” e lasciarci alle spalle l’”io” così caro a tanti.

Certo, per fare questo ci vuole il coraggio di mettersi in urto contro un sistema che ha già dimostrato di non avere scrupoli a sgombrare il campo da chi ha un pensiero divergente ma non ci sono vie di mezzo: o si combatte, o si subisce, le mezze misure e le mediazioni non hanno più senso.

Noi abbiamo un’arma potente nelle nostre mani: quello che Vaclav Havel chiama il “lavoro ben fatto”, l’unico vero strumento non violento di opposizione a un sistema autoritario. La relazione educativa deve tornare al centro del nostro lavoro: il nostro compito non è formare la nuova classe dirigente e i suoi sottoposti, soldati fedeli alla linea e sottoproletari disposti a farsi sfruttare, il nostro compito è formare cittadini consapevoli e attivi, in grado di usare lo spirito critico, di rifiutare le omologazioni e scegliere la propria strada dopo aver vagliato ipotesi diverse, non perché gli viene imposta dall’alto. Dobbiamo tornare a rapportarci ai ragazzi in modo da stabilire un dialogo costante e costruttivo, parlare con loro di educazione alle emozioni, perché la fragilità e la sensibilità non diventino ostacoli ma strumenti di crescita, dobbiamo fare una scuola immersa nel mondo, non quello di Confindustria e dei suoi accoliti, il mondo reale con le sue contraddizioni e i suoi drammi, una scuola che parli dei problemi del tempo rintracciandone le cause nel passato, dobbiamo tornare ad essere produttori di valori  e punti di riferimento per le famiglie.

Questo è l’esatto contrario di quello che prescrive la Buona Scuola, ma è anche l’unico modo per trasformare questo schifo in un ricordo da cancellare alla svelta.

Buon anno scolastico a tutti i colleghi e buona resistenza.

Categorie:Attualità

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3 risposte

  1. Sono in gran parte d’accordo, meno che sulla scuol aimmersa nel mondo, che espressione molto equivoca, potrebbe paradossalmente piacere proprio alla confindustria cui il progetto della Buon scuola è assrvito…

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