A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Scuola: parola d’ordine normalizzazione (dello schifo)


Foto Roberto Monaldo / LaPresse
03-09-2014 Roma (Italia)
Politica
Palazzo Chigi - Il ministro Giannini illustra le linee guida sulla scuola
Nella foto Stefania Giannini

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
03-09-2014 Rome (Italy)
Chamber of Deputies - 
Press Conference of the Education minister on school reform
In the photo Stefania Giannini
 pecore-voto

MI ero illuso, insieme a pochi altri, che la levata di scudi della scuola pubblica avrebbe sortito qualche effetto, che non si sarebbe fermata la riforma ma per lo meno, si sarebbe attuata una strategia forte di contrasto a un provvedimento distruttivo.

Mi ero illuso che, dopo aver blaterato ai quattro venti di professionalità, i colleghi nelle scuole si sarebbero assunti la responsabilità di continuare a fare il proprio lavoro senza delegare compiti a nessuno e senza obbedire a un capo.

Mi ero illuso che si potesse tornare a mettere al centro del nostro lavoro il rapporto educativo, il dialogo, la formazione, rifiutando nei fatti concetti odiosi come meritocrazia, selezione, produttività.

Non sono mai stato tra quelli che pensavano che fosse necessario coinvolgere i genitori o che questi ultimi sarebbero stati dalla nostra parte: per molte ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, i genitori stanno sempre più da un’altra parte, diversa dalla nostra.

MI ero illuso insieme a pochi altri, per poi ritrovare, dopo l’estate, la solita situazione. Gente che saldamente si propone per i soliti incarichi, sempre gli stessi,gente che lo accetta perché questo gli permette di delegare ad altri un po’  di responsabilità e coltivare il proprio orticello, l’isolamento e chiacchiere dietro le spalle nei confronti di chi non fa finta che non sia cambiato nulla e cerca di far capire a chi ha di fronte che è cambiato tutto.

Quando poi a una riunione di delegati sindacali, la maggior parte delle domande vertono su come spendere i cinquecento euro, cominci a provare un pesante senso di in utilità e un po’ di nausea.

Contratto bloccato da sei anni, caos nelle assunzioni e scuole sotto organico, la bufala dell’organico potenziato, una riforma che precarizza il sistema, potere assoluto a una categoria che non solo non è scesa in piazza ma per metà è formata da persone che sognano il ritorno alla scuola di Gentile e per l’altra metà da persone che faranno quello che  gli si dice per portarsi a casa un bonus generoso a fine anno, con rare e lodevoli eccezioni, beninteso, e la preoccupazione dei colleghi è come spendere un’elemosina fuori luogo, che umilia i docenti, irrita il personale Ata, che da questa riforma è quello più danneggiato, e non serve assolutamente a nulla.

Ho avuto il privilegio di imparare il mestiere da un gruppo di insegnanti straordinari, Neira, Claudio, Gianna, Franca e altri, un paio lavorano ancora con me, gli altri, per loro fortuna, sono in pensione. Gente che accoglieva i colleghi facendoli sentire a casa, che concepiva il lavoro come un dovere da assolvere fino in fondo e aveva la cognizione della natura sociale del nostro lavoro, gente che faceva sempre e comunque la differenza e si crucciava quando non ci riusciva, gente che aveva senso di appartenenza, spirito di categoria, coscienza sindacale, coscienza sociale e non avrebbe mai tramato per fare andare via un collega, magari lo avrebbe preso da parte spiegandogli perché stava irritando gli altri. In parole povere, insegnanti, nel senso più nobile e alto del termine.

Quella gente sono i miei modelli, quelli che hanno plasmato il mio modo di lavorare, di rapportarmi con i ragazzi e con i colleghi. Io non sarò mai alla loro altezza,  ma ci provo, ostinatamente, senza demordere. Anche se mi sento sempre più solo.

Un articolo che ho condiviso ieri, a proposito di una collega che descriveva lo squallido silenzio delle sale professori, mi ha fatto capire, una volta di più, che il problema sono le persone, non il governo di turno o la schifosa legge di turno. e che formando una generazione di insegnanti che si adeguano, che cercano il quieto vivere, che aspirano a una routine reiterativa, che bramano classi di bambini morti e silenti che escono dalle aule in fila per due, che vivono la scuola come un torre d’avorio non come un luogo dove si gioca il futuro della nostra società, che non aspirano a fare la differenza, il potere ha già vinto la sua partita.

Quando tra un anno partirà davvero il progetto di Renzi e ci renderemo conta di cosa è già cambiato, cominceranno le accuse ai sindacati e il solito bla bla di chi invece di alzare il culo quando doveva, invece di rinunciare a qualcosa per lottare con gli altri,invece di dare l’esempio, ha preferito restare in silenzio o mantenere il proprio piccolo spazio di potere. 

Comincerà il consueto rito in cui gli italiani eccellono: scaricare sugli altri le proprie responsabilità e creare comodi capri espiatori.

Con tutto ciò, naturalmente, né io né pochi altri smetteremo di lottare e di provare a fare la differenza. Per guardarci allo specchio sapendo di aver svolto fino in fondo il nostro dovere e perché quelle persone che ci hanno insegnato il lavoro, quegli insegnanti veri, non provino la stessa sensazione di in utilità.

Categorie:Attualità

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