A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Un Primo Maggio con tante bandiere ma senza allegria


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Non c’era allegria oggi a Genova durante la manifestazione organizzata dai sindacati confederali per il primo maggio. Serpeggiava, tra i partecipanti, una sorta di rassegnazione, come se ci fosse la consapevolezza che scendere in piazza insieme fosse un rituale a cui ottemperare, ma privo di una reale utilità. Dovessi descrivere il sentimento dominante, direi che era quello di una malinconica rassegnazione.

La stessa è cosa è accaduta il 25 Aprile, in quello che, a parere di chi scrive, dovrebbe essere il giorno più importante dell’anno per tutti gli italiani che credono nella democrazia. Col corollario di un paio di piccoli episodi inquietanti. A Cuneo è stata impedita la tradizionale fiaccolata, con la scusa di tutelare la pulizia delle strade, preoccupazione che viene meno quando si organizzano sagre e “feste” dove si favorisce il commercio, a Genova il governatore ha tirato inopinatamente fuori nel suo discorso, la vicenda dei marò che, con tutto il rispetto per il difficile periodo che stanno vivendo e con tutto il rispetto per le loro vittime,non c’entrava nulla col 25 Aprile. Addirittura non ricordo dove, con buona pace della libertà d’espressione, si era proibito di cantare Bella ciao. Senza contare lo scioglimento per mafia del comune di Brescello, luogo simbolico  di una certa italianità positiva.

Piccoli episodi che un tempo avrebbero provocato titoli sdegnati sui giornali e oggi passano nella indifferenza più assoluta. E si sa che se un evento non interessa ai media, non esiste. Piccoli segnali inquietanti di disinteresse.

IL 25 Aprile e il 1 Maggio, sono feste legate strettamente tra loro: i lavoratori furono l’anima della Resistenza e nel corso degli anni hanno difeso con forza la democrazia e la libertà, che della resistenza sono figlie. Sono feste popolari nel senso più nobile del termine e sono feste nazionali, perché questo paese nasce dalla Resistenza ed è fondato sul lavoro.

Per chi come me è nato e cresciuto respirando quei valori, ha parlato con i partigiani, ha seguito le lotte  le conquiste operaie, il sentimento percepito oggi in piazza è stato particolarmente avvilente. Perché questo paese ha ancora bisogno dei lavoratori uniti e della loro forza, ha ancora bisogno di sindacati che tornino a essere portatori di valori, ha ancora bisogno di scendere in piazza per dire no a un potere sempre più ottuso, autoritario, lontano dalla gente.

Quello che non è stato nominato da nessuno ci ha risparmiato battute penose e retorica spocchiosa, in queste due giornate, e gliene siamo tutti grati, gli siamo meno grati del calo della speranza di ripresa del paese che si riscontra nei sondaggi oggi pubblicati da Repubblica e dell’aumento dei morti sul lavoro.

E’ colpa sua anche questa? Dirà qualcuno ironicamente, perché quello che non è stato eletto da nessuno, in genere, lo si difende così: con una battuta ironica, aggiungendo che quelli prima di lui hanno fatto peggio.

In questo caso i dati lo smentiscono: prima di lui erano migliori, con i proclami non si risana il paese e la deregulation nel mondo del lavoro, la caduta delle tutele dei lavoratori, la svalutazione dei sindacati e del loro ruolo di tutela dei diritti, hanno sicuramente favorito il dato tragico sui morti di lavoro, immagine orribile che dovrebbe essere un ossimoro e invece è una realtà del nostro paese da troppi anni.

Aggiungiamo a questo la corruzione dilagante nel paese, che quello che non è  stato nominato da nessuno continua a ignorare. Dalla corruzione traggono alimento le mafie, veleno che, su questo sono in  disaccordo con Saviano, non ha ucciso solo il mezzogiorno ma sta uccidendo anche il nord. Anzi, un virus che colpisce una popolazione priva di anticorpi, ha effetti molto più virulenti, anche se meno eclatanti a prima vista.

La corruzione toglie lavoro, la corruzione fa morire di lavoro: le mafie hanno lo zoccolo duro delle loro attività legali nelle imprese edilizie, dove si riscontra il più alto numero di vittime. Quindi sì, risponderei all’ironico pdellino, la responsabilità di quelle cifre è sua.

Oggi, in piazza, avrei voluto percepire rabbia, la voglia di rialzare la testa, il desiderio di riaffermare per l’ennesima volta che no, non ci stiamo a farci scippare della libertà, che il pugno dei lavoratori sarà sempre ben stretto di fronte a chi intende limitare la democrazia di questo paese.

E’ la rabbia che i sindacati, per via delle loro divisioni che oggi, per fortuna, sembrano essere state messe da parte, non hanno saputo sfruttare, incanalare, sublimare in richiesta forte e decisa di diritti.

C’è ancora tempo per farlo? Io credo di sì, ma è necessaria una grande alleanza della società civile, ritrovarsi attorno a pochi principi fondamentali condivisi e collaborare insieme per costruire un paese migliore. Soprattutto, è necessario che le persone oneste di questo paese, la maggioranza, invece di ritirarsi nell’astensionismo, invece di scegliere la facile via del qualunquismo o la strada indicata dal demagogo di turno, sia quello che non è stato eletto o il comico miliardario che fa finta di pensare ai poveri, tornino a impegnarsi.

Altrimenti, presto o tardi rottameranno anche il 25 Aprile e il Primo maggio, e, insieme a loro, la democrazia. Non importa quale dei due comici lo farà.

Buona festa dei lavoratori a tutti i lavoratori.

Categorie:Attualità

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