Non sono solo le capacità di lettura e scrittura ad essere deficitarie negli studenti universitari italiani, come risulta dall’appello (mal scritto) dei docenti universitari, ma la cultura tout court. 

MI chiedo solo perché un tale, accorato appello non sia arrivato durante il ventennio berlusconiano, quando tutto ciò che apparteneva alla sfera culturale veniva beffeggiato, dileggiato, svalutato, delegittimato, oppure quando Renzi assestava gli ultimi colpi a una scuola pubblica trasformata, negli anni, in una sorta di agenzia di baby sitter, dove fare scuola è opzionale.

O ancora, perché non hanno lanciato accorati appelli contro quei giudici che vanificavano le legittime decisioni di un consiglio di classe annullando sacrosante bocciature e spingendo i docenti a bocciare sempre meno, per timore di ripercussioni legali?

Dov’erano i professori quando le statistiche europee indicavano l’Italia come il paese dove si legge di meno e dove le percentuali dell’analfabetismo di ritorno sono spaventose?

Peccato gli sia sfuggita la retorica i sulla scuola delle tre I e quella sul valore delle materie scientifiche. “Con la cultura non si mangia”, ha detto un ministro senza suscitare cori sdegnati.

Peccato non abbiano colto il tentativo di trasformare la scuola in un supermarket e un centro ricreativo, dove ognuno può scegliere a piacere cosa fare o non fare e dove a comandare sono i genitori.

Peccato non siano insorti contro la delegittimazione quotidiana della figura dell’insegnante, considerato, a seconda dei periodi e dei governi, un nullafacente, un corporativista, un fascista, un lettore di giornali in classe a sbafo, un mantenuto, ecc.

Mi viene un sospetto: non è che per tutelare le vostre poltrone ed evitare che il governo metta mano anche a quella fiera del clientelismo che è l’università italiana, state dando modo al governo di lanciare l’ultimo assalto contro la scuola pubblica, accusando, indirettamente, gli insegnanti di manifesta incapacità?

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