Un ragazzo di sedici anni  si getta dalla finestra perché la finanza perquisisce casa sua dopo avergli trovato addosso un po’ di fumo: una notizia talmente assurda, una tragedia talmente grande che sarebbe stato opportuno tacere per qualche giorno prima di lanciare i soliti appelli per la liberalizzazione, cercando di conoscere meglio la dinamica dei fatti, nell’inutile tentativo di trovare un senso.

Al contrario di tanti amici e persone che stimo, sono proibizionista, credo che la liberalizzazione avesse un senso venti, trent’anni fa, ma che oggi non solo abbia perso quel senso, ma risulterebbe devastante. Sono convinto che chi, in buona fede, porta avanti la battaglia per la droga libera, abbia in mente quel mondo, perché in quel mondo è stato immerso, e non si renda conto che le coordinate sono cambiare, che la geografia mentale è un’altra.

I ragazzi di trent’anni fa avevano un sistema di valori simbolici, politici, culturali che poteva rappresentare un’ancora a cui aggrapparsi, una dimensione culturale definita, leggevano, ascoltavano poeti, sapevano discernere il bene dal male eppure l’eroina se n’è portati via a migliaia, spesso i più sensibili, spesso quelli che, forse, avevano visto lontano. La loro era una protesta razionale, una forma di opposizione al perbenismo e al gretto moralismo borghese.

A salvarne tanti sono stati quegli eroi contemporanei che lavorano nei centri di recupero, veri santi laici destinati a una vita dura e frustrante, in cui si mette in gioco sé stessi e spesso si perde la partita.  Loro, gli eroi, sono quasi tutti per la liberalizzazione: li comprendo, continuo ad ammirarli incondizionatamente ma dissento.

I ragazzi di oggi, al confronto di quelli di ieri, sono profughi dell’anima, naufraghi in un mare di incertezze e tentazioni, senza punti fissi, senza orizzonti di senso, senza valori condivisi.

Quando un ragazzino di dodici anni, commentando il fatto, mi dice che la droga è inutile perché non risolve i problemi, perché dopo mezz’ora sono di nuovo lì, non provo nessun autocompiacimento, non mi sento meglio perché ho fatto un buon lavoro ma penso che:

a) Quel ragazzino di undici anni sa cos’è la droga e conosce i suoi effetti, la sua promessa vana di evasione.

b) Quel ragazzino di undici anni probabilmente ( me lo confermerà) conosce qualcuno che si droga e che gli parla di quello che prova.

Per questo sono proibizionista. I ragazzi entrano in contatto con la droga troppo presto, senza filtri, senza barriere di protezione. Non è raro, in certi quartieri, incontrare ragazzi che fumano erba a dodici, tredici anni. Il principio attivo delle così dette droghe leggere oggi è molto più potente di quello dei miei tempi, gli spacciatori molto più abili e la dipendenza molto più precoce. Li vedi cambiare, diventare apatici, svogliati, dormire in classe o essere gratuitamente aggressivi, li vedi fare cose stupide in preda all’impulso del momento: gli parli, ti ascoltano, forse in quel momento ti sono anche grati, poi tornano ad essere apatici, aggressivi, diversi. E tu ti senti inutile. 

Liberalizzare le droghe non permetterebbe a questi ragazzi di continuare la scuola, né li tirerebbe fuori dal pozzo in cui si sono calati o li hanno spinti. Il vuoto di valori che li circonda, l’assenza o l’impreparazione delle famiglie, l’inadeguatezza del sistema scolastico a far fronte a questi problemi, i servizi sociali ridotti all’osso, finirebbe per aumentare la loro marginalizzazione, finirebbe per lasciarli ancora più soli col placet dello Stato. Come se non fossero già abbastanza soli, abbastanza incazzati col mondo da volerci uscire, dal mondo.

Vorrei un psicologo in ogni scuola e corsi di formazione che insegnino alle persone a non voltarsi dall’altra parte di fronte al problema. Perché a volte, la parola giusta al momento giusto, prima non dopo la caduta nel pozzo, può cambiare le cose, può fare la differenza. Quasi sempre, no.

Vorrei uno Stato che offrisse ai ragazzi un futuro, che non gli desse motivo di cercare facili vie di fuga, vorrei quartieri vivibili e aiuti alle famiglie, non la droga in farmacia. Lavoro e spazi ricreativi e culturali, non chiacchiere e retorica da quattro soldi. La droga si combatte con le stesse armi con cui si combatte questo terrorismo di ragazzini perché la dinamica è la stessa.

Io appartengo a una generazione di reduci: abbiamo avuto tutti un compagno di scuola o un amico falciato dall’eroina, abbiamo visto  le siringhe sporche di sangue nei parchi e gli occhi vuoti di chi si era appena fatto la sua dose. Percepisco nell’aria brutte vibrazioni e le notizie che arrivano su canali non ufficiali, ovviamente, lì impera la retorica dell’Italia paese meraviglioso con gente meravigliosa, parlano di un ritorno dell’eroina a basso prezzo, dei pastrocchi chimici acquistati su internet, dell’abbassamento dell’età dei consumatori.

Preferirei non assistere a un’altra ecatombe di ragazzi, non leggere sui titoli dei giornali il nome di qualcuno che mi è passato davanti sui banchi di scuola.

Per questo sono favorevole alla depenalizzazione dell’uso di droghe ma non alla liberalizzazione. Perché non si può morire a sedici anni per un po’ di fumo.

3 commenti

  1. Forse in un altro paese potrebbe funzionare, non so, ma ce la vedi la liberalizzazione nel paese dove le mafie fanno il bello e il cattivo tempo, la corruzione è a livelli da record e il senso morale dei politici è un gradino sotto quello di un maniaco sessuale?

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