A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Yvan Sagnet: la speranza è nei prolet.


 

Yvan

Yvan Sagnet è un giovane ingegnere camerunense che parla un italiano fluente e garbato e ha lo sguardo di chi vede lontano.

Nel 2011 si trovava a Nardò, nel salentino, per lavorare come bracciante. Gli bastano cinque giorni per comprendere la terribile situazione in cui i braccianti provenienti da vari paesi erano costretti a lavorare. Organizza il primo sciopero di lavoratori stranieri nel nostro paese, dura un mese e riesce ad ottenere la legge sul caporalato, un primo passo importante ma non sufficiente a eliminare questa piaga, come dimostra il recente incendio a Rignano.

Chi volesse approfondire la vicenda, può cercqa in rete la puntata di La tredicesima ora di Lucarelli, che racconta la vicenda, o leggere il bel libro di Yvan, Ama il tuo sogno.

Yvan gira l’Italia per raccogliere testimonianze, denunciare e proporre la sua visione di un mondo diverso. Ascoltandolo, mentre parla, si percepisce una grande convinzione in quello che dice. Abituati ad avere a che fare con politici e affini che mentono con naturalezza, non essendo più adusi alla sincerità, Sagnet dà un’impressione di ingenuità, di pulizia,  non scevra da una sincera ammirazione per un uomo che non ha chinato la testa di fronte  allo sfruttamento e alla violenza.

Eppure non sogna la luna. La più convincente delle sue proposte è quella di un certificato etico degli alimenti, unito alla certificazione di qualità, la garanzia che quelle verdure, quella frutta, non è stata raccolta da schiavi.

Ci sono organizzazioni che già lo fanno, come Altromercato, ma Yvan vuole che venga esteso anche alla grande distribuzione. Sì, perché quei pomodori, quelle arance, raccolte dagli schiavi sotto l’occhio vigile e crudele dei caporali, vanno a finire sui banchi della Coop, di Auchan, di Carrefour, ecc., prima di arrivare sulle nostre tavole. Sagnet vuole spezzare questo circolo vizioso e il certificato etico rappresenta il primo passo.

Già l’idea di mettere i bastoni tra le ruote alle multinazionali può apparire ingenua, utopistica, quasi quanto quella di organizzare uno sciopero di braccianti stranieri e ottenere una legge che condanni il caporalato…

Durante l’incontro a cui ho presenziato, lo scetticismo arriva, a sorpresa e con un po’ di tristezza, dai giovani, che chiedono cosa possono fare per opporsi a un sistema che reputano inattaccabile. Yvan, pacatamente, risponde parlando di responsabilità individuale, di unione e cooperazione, addirittura di lotta di classe. Praticamente sta bestemmiando, ma come?, lotta di classe nel mondo del politically correct, della democrazia, dei diritti civili, ma cosa dice?

Noi europei siamo troppo ricchi, troppo comodi, prigionieri delle nostre fatte sicurezze, convinti di essere liberi in una società mirata a farci risparmiare tempo per farci sprecare risorse, non vediamo più oltre il nostro naso, non ci prendiamo più tempo per pensare perché ci rubano il tempo per comprare.

Nel nostro paese, in particolare, stiamo subendo una politica di elemosine e scippi di diritti acquisiti senza fiatare. Il jobs act, la Buona scuola, sono andati a intaccare il lavoro, su cui è fondata la nostra repubblica, e la scuola, su cui si fonda il futuro, senza grandi proteste di massa, senza troppo clamore,  senza che qualcuno alzasse la testa e dicesse un no forte e chiaro al potere, trascinandosi dietro gli altri. ormai nella nostra società non si lotta più per i diritti, si lotta per l’iphone. I nuovi riti sono l’apericena, il black friday, i saldi di fine stagione, celebrano tutti sua maestà il Consumo, l’unica divinità riconosciuta dalle politiche occidentali.

Esco dalla sala, dopo aver stretto la mano a Yvan e averlo ringraziato per le sue parole così pesanti, importanti, e per quello che ha fatto, con la convinzione che Orwell avesse un che di profetico. “La speranza è nei prolet”, scrive ripetutamente nel suo capolavoro, la speranza è negli ultimi, nei diseredati, negli emarginati, nei nuovi schiavi di questa società. In una società coem quella descritta in 1984, di gente drogata dalla televisione, incapace di discernere il falso dal vero, guidata da un leader invisibile che modifica quotidianamente il linguaggio cambiando il senso alle parole, in una società che gestisce ogni aspetto della vita dei suoi cittadini, ovviamente parliamo di fantascienza, gli unici in grado di accendere la fiamma della rivolta possono essere i sottoproletari, gli schiavi necessari a far andare la macchina.

Yvan è un giovane immigrato, colto, consapevole, determinato: il cambiamento, per questo paese, può partire solo da persone come lui, persone che non sono disposte a chinare la testa e adattarsi a un sistema perverso perché le cose sono sempre andate così.  Persone che sognano un mondo diverso e cercano strade per cambiare quello in cui viviamo.

Il futuro è nei prolet, appunto.

Categorie:Attualità

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