A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Sotto nessuna bandiera, ma uniti contro le mafie


Non amo le celebrazioni, le trovo retoriche, imbalsamate, una vuota ripetizione rituale priva di un significato profondo. Non che non ne capisca il senso e la necessità, tuttavia provo una naturale insofferenza verso quei giorni fissi del calendario, 1 Maggio, 25 Aprile, 21 Marzo, ecc. in cui ci si ricorda di essere lavoratori più o meno sfruttati dai padroni, democratici più o meno derubati dei propri diritti, cittadini più o meno colpiti, avvelenati, offesi dalla corruzione e dalle mafie per poi tornare ad essere, il giorno dopo, lavoratori che non conoscono neanche il loro contratto, democratici che giustificano le svolte autoritarie e le ambiguità del potere, cittadini che credono che la mafia riguardi gli altri.

Tuttavia proprio perché viviamo in un insopportabile clima di normalizzazione dove fa gioco al potere ignorare che esiste un problema di diritti per i lavoratori, che viviamo in una democrazia controllata, che la mafia c’è e lotta contro di noi, quest’anno parteciperò alle celebrazioni (perché poi ci vado eh, alle manifestazioni, con la felpa di Libera, con la bandiera del mio sindacato, ecc.) un po’ più convinto della loro necessità, un po’ meno svogliatamente del solito.

Cominciamo col ventun marzo, il giorno del popolo di Libera. Uno dei nomi che verranno ricordati sul palco, quello di Graziella Campagna, uccisa a diciassette anni perché aveva visto una carta d’identità che non doveva vedere, mi è particolarmente caro: perché la conoscevo, perché era la sorella di un mio carissimo amico, perché la vicenda si è svolta là dove sono le mie radici e il mio cuore, un piccolo paese della provincia di Messina da cui proviene la mia famiglia e dove ho passato tante lunghe estati della mia vita.

La morte di Graziella è stato il mio primo contatto diretto con la mafia, una sorta di perdita dell’innocenza se volete, la consapevolezza che la mafia non è qualcosa che tocca gli altri, ma tocca, direttamente o indirettamente, tutti noi.

Inutile fare troppi discorsi: Genova è città tiepida riguardo al problema delle mafie, città ricca e comoda, dove si riciclano i proventi della camorra e della ‘ndrangheta, sotto il naso di chi sa e non parla, dove il gioco d’azzardo e il racket ad esso collegato sono diffusi capillarmente soprattutto nelle periferie, dove i delitti di mafia, nella migliore tradizione, vengono fatti passare per questioni di donne, dove passa una quantità di droga sufficiente a soddisfare la necessità di mezza Europa.  Eppure, ufficialmente, la mafia non c’è. Come scrive Isaia Sales, studioso autorevole del fenomeno, l’omertà è un mito costruito al sud molto più forte al nord, dove le mafie si sono ormai insediate in modo subdolo, invisibile e, per questo,ancora più pericoloso.

Sarebbe importante che questa città, questa regione, dove si spara poco ma si ricicla e si traffica moltissimo, prendesse coscienza che la mafia c’è, che la corruzione c’è, che c’è anche l’omertà e la paura, in certi quartieri. Sarebbe importante che prevalesse la voglia di risollevare la testa, Genova l’ha fatto tante volte, il desiderio di dire no a questo flagello che nel silenzio e nell’indifferenza, prospera e cresce.

La lotta alla mafie non è di destra né di sinistra, non è cattolica o atea, non ha bandiere: è un dovere civile, è un’azione civile che tocca a ognuno di noi.

Sarebbe bello se domani ci fossero tantissime persone in piazza ad ascoltare i nomi di chi è caduto per noi adempiendo il proprio dovere o, come Graziella, è rimasto vittima di un sistema perverso e crudele, di cui fanno parte persone più o meno deboli, più o meno infami, più o meno conniventi ma senza attenuanti: perché la mafia, i mafiosi e chi li fiancheggia erano, sono e saranno sempre e solo merda.

Categorie:Attualità

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