A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scuola italiana: punto di vista dall’interno


Sulle pagine dei quotidiani italiani, in questi giorni, si è tornati a parlare di scuola con una certa schizofrenia: da un lato, Il Corriere della sera pubblica un brutto e inutile editoriale di Paola Mastrocola, sulle competenze grammaticali degli alunni italiani, ne parlo tra poco, Repubblica pubblica una statistica Ocse secondo la quale la scuola italiana è la migliore in Europa perché le differenze tra alunni che provengono da famiglie agiate e quelli che provengono da famiglie meno agiate si annullano, almeno fino all’ultimo anno di scuola superiore.

Dunque buoni o cattivi, promossi o bocciati?

Mi permetto di esprimere la mia modestissima opinione di insegnante di scuola media, quindi di uno che  a scuola lavora ogni giorno.

Paola Mastrocola ammette candidamente di non aver mai letto un programma di scuola dell’obbligo. Bisognerebbe informarla che i programmi non esistono più da anni  e che, prima di scrivere su un argomento che non si conosce, sarebbe cosa utile documentarsi. Il grande Umberto Eco sosteneva che  l’erudizione non sta nel conoscere le nozioni ma nel saperle cercare quando è necessario. Ecco, forse la prof.ssa Mastrocola avrebbe trovato giovamento da una rapida ricerca sul web.

Confesso di detestare questo personaggio mediatico che ha una visione della scuola gentiliana, fatta di rigore e selezione, che pontifica sulla demotivazione di studenti che, evidentemente, non si preoccupa di motivare, che non comprende come lo studio sistematico della grammatica da lei proposto è morto e sepolto, che è espressione di una scuola vecchia, immobile, pretenziosa, stantia che andava bene cinquant’anni fa, forse, ma che era già vecchia ai miei tempi di studente del classico.

Consiglierei al direttore del Corriere di far parlare di scuola chi di scuola ne sa e la vive, non chi vive chiuso nella sua torre d’avorio e pontifica a vuoto.

I ragazzi oggi sono tutt’altro che vuoti, come li dipinge la Mastrocola nei suoi libri: sono privi di punti di riferimento, disorientati, delusi da una generazione di adulti che non riesce più a dare indicazioni di percorso. Provare a capirli dovrebbe far parte del lavoro quotidiano di un insegnante, certo, costa fatica, ma dà un senso al fatto di entrare in classe ogni mattina. Questo almeno, per il sottoscritto. I ragazzi sono curiosi, se li sai incuriosire, istintivamente solidali e generosi, senza filtri e senza meschini pregiudizi, capaci di riservare amarissime delusioni e sorprese inaspettate a seconda che un insegnante sappia o meno spingere sui pulsanti giusti.

Veniamo al sondaggio dell’Unesco. La realtà che io, come sindacalista e come insegnante, vivo quotidianamente, è diversa. Alle scuole superiori la disuguaglianza è fisiologica: i licei sono appannaggio per lo più di alunni appartenenti al ceto medio e alto perché comportano inevitabilmente l’accesso all’università e oggi, una famiglia proletaria, spesso non è in grado di sostenere finanziariamente altri dieci anni di scuola per il proprio figlia/a. Una volta si sarebbe indebitata per questo, oggi ci si indebita per le vacanze o per l’iphone.  La delegittimazione della scuola da parte dei media e della politica, come ascensore sociale, ha fatto il resto. Un ministro che afferma che è più importante una partita di calcetto che un curriculum, esprime senza alcun pudore e senza alcun rispetto della propria carica,  una dura verità.

A livello di scuola dell’obbligo, la disuguaglianza non è solo macroscopicamente evidente tra scuole del nord e scuole del sud, ma anche tra scuole della stessa regione e della stessa città. Per carità, l’uniformità di trattamento esiste, perché nei quartieri agiati i ragazzi che frequentano quelle scuole saranno figli di famiglie agiate e nei quartieri degradati di famiglie meno abbienti. Se uno è un po’ più abbiente e capita in una scuola disagiata, cambierà rapidamente scuola al figlio.

Ma questa è una disuguaglianza naturale, sta nell’ordine delle cose del sistema in cui viviamo.

Quello che non è normale, ma che costituisce uno stravolgimento della normalità, è che le scuole che operano in quartieri agiati siano più dotate di mezzi tecnologici e didattici e possano permettersi di fare cose che, a chi lavora e frequenta una scuola di un quartiere di periferia, non sono permesse. E questa io la chiamo una palese violazione del diritto allo studio. e della libertà d’insegnamento.

Va detto che poi la necessità aguzza l’ingegno: conosco insegnanti del sud Italia, di piccoli centri, dove non c’è nulla, che fanno cose straordinarie con una inventiva e una voglia di mettersi in gioco che raramente si possono rintracciare nelle seriose e grigie scuole delle grandi città del nord. Tuttavia, questo non giustifica l’ingiustizia palese di scuole di serie a, b, c, ecc.

Non solo la scuola italiana è fondata sulla disuguaglianza ma la Buona scuola che, naturalmente, non fa cenno di questa situazione, ha fatto di questa carenza sistema, ha ulteriormente diminuito i fondi per le attività sui ragazzi, ecc.ecc. La Buona scuola, nel suo spirito, contiene esattamente la distinzione tra scuole di serie a, b, c, ecc, ignorando del tutto il dettato costituzionale.

A fare sì che a scuola si pratichi ancora quella democrazia di cui parla la Costituzione, sono quegli insegnanti, tanti, che, con buona pace di Paola Mastrocola, forse non sapranno insegnare la grammatica come un tempo (e vorrei vedere lei, a fare grammatica con una classe di quindici extracomunitari che non parlano una parola di italiano, come è capitato a me qualche anno fa), ma nonostante famiglie sempre più conflittuali, dirigenti sempre più burocrati, una competizione interna sempre più insensata, continuano ostinatamente a navigare in direzione contraria e a fare  scuola, a fornire ai ragazzi le coordinate del mondo in cui vivono, ad ascoltarli e, quando possono e riescono, a guidarli, a dare quella plusvalenza che solo il fattore umano, il grande assente da statistiche ed editoriali, può dare.

Non è dunque la scuola italiana ad essere più democratica delle altre, sono gli insegnanti italiani a “fare” quotidianamente democrazia, nonostante tutto. Perché rifiutano di diventare “impiegati” , perché ritengono che il loro compito non si riduca a fare grammatica come vorrebbe la Mastrocola o a selezionare i migliori come vorrebbe Renzi, ma comprenda l’ascoltare tutti e non lasciare nessuno indietro.

Categorie:Attualità, La scuola

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