A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Blue Whale e il disagio giovanile ( che non interessa a nessuno)


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Cominciamo col dire che non è una moda, non è una bolla mediatica ma l’ennesimo segnale di un malessere che ormai è diventato generazionale e non più marginale.

Le periferie del nostro paese, i margini delle città, come preferisco chiamarli, sono focolai di un disagio che colpisce ragazzi giovanissimi, un disagio di cui lo Stato non si prende più carico e mi piacerebbe un faccia a faccia con uno qualsiasi dei candidati che pontificano nella mia città in questo periodo di elezioni per chiedergli se conosce le dimensioni del fenomeno, le aree a rischio della città, i problemi delle scuole che vi operano, ecc.

A questo si aggiunge la crisi irreversibile della famiglia, che si amplifica nei quartieri meno agiati, il cambiamento del ruolo di genitori diventato sempre più “liquidi”, ansiosi, iperprotettivi, alla ricerca di rapporti amicali con i propri figli che nell’adolescenza, inevitabilmente, implodono. I ragazzi si ritrovano soli, senza punti di riferimento credibili, senza nessuno in grado di instillare in loro gocce di quel senso di responsabilità/colpa che i genitori di noi cinquantenni ci somministravano a litri.

I ragazzi assorbono, come spugne, tutto ciò che li circonda e lo decifrano a modo loro, spesso assumendosi colpe che non hanno, altrettanto spesso, assolvendosi da responsabilità che hanno. Problemi di lavoro, tensioni familiari, assenza di prospettive, tutto ciò che è specchio della crisi in cui siamo immersi da anni, si scarica anche sui ragazzi, per quanto le famiglie tentino di proteggerli.

Quando passiamo ai quartieri più elevati socialmente, il quadro cambia ma non di tanto: cambiato l’ordine dei fattori, il risultato è lo stesso: disagio.

Questi sono ragazzi con una strada già segnata, che non permette deviazioni: la scuola è un mero strumento per arrivare all’obiettivo, la socializzazione un optional e gli aspetti formativi una fastidiosa appendice, gli insegnanti dovrebbero limitarsi a fornire nozioni essenziali. le prestazioni devono essere eccellenti, non si ammettono deroghe e se non sono eccellenti, c’è sempre un modo per far sì che lo risultino. I ragazzi a scuola sono sempre difesi a priori contro tutto e tutti, lo spirito critico latita, il coraggio di ammettere di star sbagliando qualcosa non è previsto.

Il Blue whale gioca sul nichilismo adolescenziale, su quella pulsione di morte che, a tratti, colpisce tutti gli adolescenti e che se  non viene adeguatamente controllata, spinge a comportamenti pericolosi.

Periodicamente, da millenni, esseri ignobili e spregiudicati giocano con questo sentimento  cupo e distruttivo, per trarne profitto. Basta pensare alla strage degli innocenti causata dall’eroina, che per decenni ha rappresentato la via di fuga di molti ragazzi che trovavano nel buco un modo per sopportare i problemi, non troppo diversi da quelli odierni, che li circondavano.

Oggi la droga è un prodotto sul mercato come tanti, ha perso la sua carica trasgressiva, chiunque la può acquistare a prezzi modici sotto casa, uccide più lentamente..

Il Blue whale rimescola gli ingredienti  per ottenere lo stesso risultato: non più il buco ma le “prove”, un progressivo percorso di condizionamento psicologico autodistruttivo, non più il benessere del liquido in vena ma il dolore esterno, i tagli profondi che servono a dimenticare il dolore interno, il male di vivere, l’isolamento dalla famiglie e dagli amici, il salto finale.

Il percorso è lo stesso, mutatis mutandis, dei terroristi islamici che si fanno esplodere. le loro biografie sono quelli di ragazzi disagiati, ricchi e poveri, più poveri, senza basi familiari, spesso con un passato da tossicodipendenti. Anche loro subiscono un indottrinamento, un lavaggio del cervello che li porta ad annullare sé stessi e a uccidere uccidendosi. La religione è solo una variabile, il meccanismo è lo stesso. Cambia solo il fatto che nel caso del Blue Whale, il soggetto viene portato a considerarsi l’unico colpevole dei malessere che lo affligge, nel caso dei kamikaze, viene spinto a pensare agli occidentali come responsabili della sua condizione, cosa per altro, spesso, vera.

Il Blue Whale non è il prodotto di una società che dopo aver sdoganato qualsiasi comportamento trasgressivo, gioca con la morte per vincere la noia, è il figlio di un sistema, politico e sociale, che ha dimenticato i ragazzi, le loro esigenze, loro fragilità, di una mentalità che considera l’affermazione sociale in termini di conti in banca e di famiglie che superano la frustrazione di una condizione sempre in bilico tra paura e disperazione scaricando sui figli aspettative troppo grandi da portare sulle spalle.

Sarebbe importante una seria riflessione sul ruolo della scuola e della famiglia  oggi, condotta da persone competenti e non dai vuoti parolai della politica, in questo periodo elettorale più fastidiosi del consueto.

Purtroppo non interessa a nessuno. L’oscena pseudo riforma della buona scuola è un atto d’accusa verso una classe politica che ha come obiettivo solo il proprio esclusivo interesse, elettorale e materiale, ed ha abiurato alla funzione di migliorare la società in prospettiva futura.

Non va dimenticato il ruolo dei media, in questo quadro: i tanti insegnanti che quotidianamente segnalano e combattono il disagio dei ragazzi e, qualche volta, riescono anche a vincere la partita, nonostante tutto, non fanno notizia, mentre fa notizia un aspetto marginale di questo disagio, il bullismo, fenomeni di dimensioni molto più ridotte rispetto a quanto la distorsione informativa faccia immaginare. Ma c’è un motivo “politico” dietro: il bullismo ha dei colpevoli e delle vittime, è un fenomeno in apparenza “semplice” e rassicura sapere che la scuola ha gli strumenti per combatterlo. Il disagio è un fenomeno i cui colpevoli siamo noi e la scuola, quando ha la volontà di contrastarlo, e questo non accade sempre, non ha quasi mai gli strumenti.

Sarebbe necessario un radicale cambio di prospettiva che arresti questa cieca corsa verso il baratro che conduciamo da tempo. Dobbiamo prendere coscienza che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, che il nostro non è il miglior sistema possibile e che non possiamo aspettarci che chi ne regge le fila, lo cambi. Dobbiamo tornare ad assumerci le nostre responsabilità di cittadini, di uomini, di genitori.

I ragazzi sono il nostro futuro e che un brutto servizio televisivo improvvisamente sollevi il velo di un disagio diffuso e profondo, è solo la prova che, come nel bel libro di Saramago, ci muoviamo come ciechi per le nostre città, incapaci di ritrovare la capacità di distinguere quello che veramente conta.

Categorie:Attualità

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