A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Ricominciare dalle periferie


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Le periferie sono non luoghi, discariche umane ai margini delle città dove vive chi è tagliato fuori totalmente o quasi totalmente da una qualsiasi opportunità di riscatto sociale, gli indesiderati, gli impresentabili veri, gli emarginati. Le periferie sono brutte, spazi nati senza un dimensione sociale e destinati a restare chiusi dietro una frontiera invisibile e invalicabile. la bruttezza come dimensione estetica è già di per sé emarginante, non comunica. non apre spazi di pensiero.

Io sono nato e cresciuto in periferia, una periferia assai diversa da quelle odierne. I quartieri operai erano vivi, la gente si conosceva e si riconosceva, le parrocchie e le sezioni del PCI ( ho frequentato più le prime che le seconde, per quanto possa sembrare singolare a chi mi conosce) erano centri di aggregazione reali. I sacerdoti di strada, come quelli che ho avuto la fortuna di conoscere, svolgevano soprattutto il compito di presentare ai teppistelli del mio quartiere possibilità di un rapporto diverso con gli altri, a  riconoscere il sé anche negli altri.

Nelle sezioni si discuteva, si ascoltava Dylan, Cohen, Neil Young e i loro epigoni nazionali, si criticava, si cercavano soluzioni e si forniva una rete di salvataggio sociale a chi non la possedeva.

Parrocchie e sezioni erano centri di coscienza etica e civile, la distanza tra Marx e la dottrina sociale della Chiesa assai minore di quanto si pensi. In periferia forse non salvavi l’anima e non sviluppavi una coscienza da intellettuale organico,  ma ti veniva voglia di migliorarti e di guardare agli altri, di comprendere che il mondo non ruotava attorno a te stesso e che ogni azione implicava responsabilità. Era già molto.

Oggi le periferie sono terre desolate prive di identità, abbandonate a sé stesse in una logica autoreferenziale che non è nemmeno più distruttiva ma ripetitiva, un loop infinito che non ha mai fine. Il tempo, lo spazio, gli spostamenti in periferia assumono una dimensione completamente diversa, diventano non tempo, non spazio, immobilità, spesso scandita dai programmi televisivi, di solito i peggiori.

La sinistra tradizionale, marxista leninista è morta e non risorgerà. Punto. ma una sinistra diversa, con una visione, con ideali forti da trasmettere alla gente può ancora esistere, ha ancora una sua ragione d’ essere e deve ripartire dalle periferie.

La sinistra deve tornare a offrire valori, a dare speranza, a rimettere in movimento quello che è fermo.

Bisogna tornare a parlare con la gente, ad ascoltarla a motivarla e, quando possibile, a istruirla. perché non c’è riscatto sociale senza istruzione, istruzione, non formazione, sapere, non mere nozioni pratiche.

Partire dal piccolo: i problemi di un quartiere. Spingere la gente fuori dalle case, farla riunire, discutere, litigare, proporre. Restituire alle persone la speranza che unendosi si possono ottenere risultati. Risultati che non coincidano, ovviamente, nel mandare via questa o quella etnia, ma nel trovare insieme, soluzioni per una convivenza serena, nel riconoscersi come persone che hanno gli stessi problemi, gli stessi sogni, le stesse paure.

Costa tempo e fatica, tornare a fare questo lavoro che un tempo preti e comunisti sapevano svolgere benissimo. Ma se si vuole cambiare, bisogna scendere dalle poltrone e dalle sedi comode, quasi sempre situate nel centro città, e andare in periferia, dove la sinistra è stata giustamente punita, perché ha tradito le speranze della gente, perché parla ormai un linguaggio incomprensibile.

Tutto il resto è fuffa. La globalizzazione è una realtà irreversibile, è inutile combatterla, ma si può migliorare, trasformarla in una reale risorsa per tutti. legalità è una parola svuotata di significato che quasi mai coincide con  giustizia sociale, un contenitore in cui far confluire tutto e il contrario di tutto, la legalità senza etica non significa nulla ed è il tessuto etico di questo paese che va ricostruito. Imprigionare i corrotti, va bene, ma è necessario inaridire le radici della corruzione. Con le chiacchiere roboanti ascoltate in questi giorni, anche dal teatro Brancaccio, e va tutta la mia simpatia a quelle persone, animate da buone intenzioni ma con poche idee confuse, non si ricostruisce un accidente.

Tornare ad occuparsi delle piccole cose, tornare  a prendersi cura delle persone, questo deve fare la sinistra. Offrire squarci di luce nel buio di una crisi che durerà ancora a lungo. questo bisogna fare.  Le parate, le dichiarazioni, i discorsi sui massimi sistemi hanno fatto il loro tempo.

E’ arrivato il tempo di tornare a sognare un mondo migliore, più equo, più solidale, più giusto, senza stravolgimenti di sistema ma trasformando un moto perverso in un moto virtuoso. Questo è quello che associazioni, politici, persone di buona volontà che si riconoscono in quell’ideologia dai contorni vaghi ma dai principi solidi che si chiama sinistra, dovrebbero fare. Tornare a essere centri di azione sociale e cominciare a farlo dove la società non c’è, dove lo Stato è assente, dove le persone sono sole.

Ovviamente, Renzi e il suo partito , perfettamente omologati alla società globale e alle logiche di mercato, non c’entrano nulla con questo discorso, non lo comprenderebbero, e la stessa natura del renzismo lo rende incompatibile con un’azione sociale capillare.

Io lavoro a scuola, per me guardare al singolo come a una parte del tutto e capire che i problemi del singolo sono i problemi di tutti, è naturale, spontaneo. E’ vero che la classe è un microcosmo ma è anche vero che, gente antica molto più intelligente di me, diceva che il microcosmo è lo specchio del macrocosmo.

Per quanto mi riguarda, tornare a curarsi della gente è l’unica strada possibile per la sinistra, se vuole avere ancora una speranza non di governare, ma di rendere il mondo migliore. Che sarebbe già un gran risultato.

Categorie:Attualità

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