A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Vasco: una vita a dire no


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Vederlo su Rai uno dà una certa tristezza: non è la prima volta ma le celebrazioni hanno sempre qualcosa dell’abbandono, della fine di un’epoca. Il concerto è quello che ci si aspettava, un greatest hit di canzoni che ha fatto da colonna sonora a quattro generazioni.

Non lo seguo da tempo Vasco, da Fronte del Palco, sontuoso live di parecchi anni fa. Ho trovato i dischi successivi ripetitivi, con qualche buona canzone e molti pezzi più deboli, una continua autocelebrazione di un rocker che ha dato il meglio di sé molto tempo fa.

Tuttavia, mentre guardavo il concerto in tv ieri sera, nonostante il tedioso e inutile Bonolis, è riaffiorata la nostalgia, emozioni che credevo sopite, la consapevolezza che quelle canzoni hanno rappresentato qualcosa, fotografato precisi momenti topici della mia generazione: la disillusione, la perdita dell’innocenza della sinistra, il nichilismo autodistruttivo della droga, la solitudine e l’incomunicabilità, lo sdoganamento della cultura dello sballo, non quello obbligato delle discoteche ma quello che nasce dall’incapacità di sentirsi parte di un tutto, ecc. Tutte cose che chi ha cinquant’anni ha vissuto più o meno tutte, più o meno direttamente. Mi risulta meno comprensibile come riesca ancora a parlare alle nuove generazioni. probabilmente entra in gioco l’autenticità del personaggio, quel suo raccontarsi impudicamente senza remore.

Le canzoni di Vasco sono diario in  pubblico, a tratti anche irritante ma sempre vero.

La generazione per cui ha cominciato a cantare, la mia, è sempre stata fuori posto e fuori tempo, come lui: pacifista nell’epoca del terrorismo, adolescente e arrapata quando si manifestava l’Aids, impegnata quando dilagava la filosofia degli yuppies e tutto era in vendita, derubata degli ideali del sessantotto e, con il crollo del Muro, ideologicamente denudata, insomma, sempre in bilico tra il mettersi in vendita al miglior offerente, diventare “adulta”, o ostinarsi a dire no, cercando la forza di opporsi in un attaccamento morboso ai propri principi o, come Vasco, nell’alcool e nella droga.

Non a caso, torna spesso nelle sue canzoni il richiamo alla dignità, virtù ormai quasi scomparsa nel mondo di oggi.

Quella generazione ha perso quasi tutte le sue battaglie, dobbiamo ammetterlo, siamo reduci di una guerra che ha mietuto vittime, tanti stroncati da una overdose di eroina, tanti seduti nei consigli di amministrazione, tanti a cercare di trovare un senso dove un senso non c’è. Per questo il concerto di ieri sera anche se non è un addio alle scene definitivo, ma sarebbe bello che lo fosse, sarebbe giusto per Vasco chiudere da re, è stato comunque un amarcord, un amarcord amaro, se mi perdonate l’ignobile gioco di parole, e impregnato di malinconia e di rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, per quello che è.

Ricordo un concerto a Genova, a piazzale Kennedy, molti anni fa, insieme a mia sorella, di poco più giovane di me. Vicino a noi, c’erano due ragazzini ancora più giovani, la faccia pulita, vestiti secondo la moda di quel periodo. Poco prima del concerto, si arrotolarono una canna enorme, fumandosela tranquillamente. Erano già diversi da noi, un’altra razza di adolescenti, affascinante e un po’ spaventosa per chi, come me e mia sorella, era stato educato in base a principi molto rigidi. Già le sue canzoni attraversavano il tempo. Non so se per il fumo indiretto, non so se per il fatto che in quel periodo ero ancora impallato con Vasco, che avrei smesso di seguire, dopo qualche tempo, ma il concerto fu entusiasmante, non molto diverso da quello di ieri sera, un rituale collettivo di festa, rabbia sublimata  e di gioia . Tornammo a casa storditi ma felici, perché per una sera, avevamo messo da parte problemi, tensioni, angosce e ci eravamo lasciati trasportare dalla musica e dalle parole del rocker di Zocca.

Riflettendoci adesso, non è giusto chiedere più di questo a un cantante. Grazie per aver sempre detto di no, Vasco.

Categorie:Attualità

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