Quando ero ragazzo li potevi incontrare ovunque: nei portoni, barcollanti per strada, gli sguardi vuoti persi nei loro sogni chimici. I drogati erano i paria, scomode prove più o meno viventi che no, il nostro non era il mondo migliore possibile. Li disprezzavano tutti; quelli che contestavano la società e non riuscivano a comprendere che, per quanto nichilista e atroce, anche la loro era una protesta, l’urlo silenzioso di chi si sente fuori posto, e i moderati, i perbenisti, spaventati dalla diversità, timorosi del contagio, ben chiusi dietro il muro dei loro pregiudizi.

L’abbiamo incontrata tutti la droga, chi ha avuto la fortuna di scansarsi e lasciarla passar,e sa che è stato solo un caso: la mia, che allora ero un ragazzo di periferia solitario e spesso malinconico, è una generazione di reduci da una guerra non dichiarata che ha seminato e continua a seminare vittime nell’indifferenza di tutti.

Sembrava che tutti i problemi di ordine pubblico e di sicurezza fossero colpa dei tossici: così abbiamo riempito le carceri. I tossici sono sempre lì, ma non li vediamo e li sentiamo poco, continuano le loro traiettorie di vite cadenti, discreti e ignorati.

Poi sono arrivati i rom. La loro percentuale sulla popolazione totale è talmente ridicola che sembra assurdo citarla, eppure anche loro sono stati il problema.  Stavano e stanno sulle palle a tutti i rom: non si lavano schiavizzano le donne, rubano, i soliti luoghi comuni, la solita costruzione del nemico che quel comunista di Chomsky ha analizzato quarant’anni fa. Forse gioca il suo ruolo anche l’invidia per quel vivere misterioso e abusivo, seguendo leggi che non conosciamo, così distanti dalla logica del migliore dei mondi possibile. Hanno cominciato a sgomberarli, vantandosi di aver distrutto con le ruspe le loro case, come accadeva nei ghetti sudafricani, come accade nelle favelas o in tutti i luoghi dove cercano di tirare avanti gli abusivi della vita.  Poco importa se, sgomberandoli, si sdradicavano anche i bambini dai quartieri e dalle scuole dove stavano imparando che si poteva vivere anche in un altro modo, che il loro destino poteva non essere quello del campo. Poco importa se veniva violato il loro diritto costituzionale allo studio e vari altri. Continuano a farlo, nell’indifferenza di tutti, è o non è il migliore dei mondi possibile?

Oggi ci sono i migranti. Se dovessimo sgomberare gli abusivi italiani da tutti i quartieri delle periferie, dallo Zen di Palermo, da Scampia, dai quartieri dormitorio di Milano, Genova, Torino, sarebbe un vero inferno: manganellate come   pioggia d’autunno. Invece un palazzo occupato da anni, sgomberato con una violenza improvvisa e fuori luogo a Roma, diventa l’ennesimo terreno di scontro tra buonisti e razzisti.  I buonisti sono quelli che credono che essere umani abbia ancora un senso.

Lo Stato italiano ha deciso che è elettoralmente e politicamente più comodo mandare i migranti a morire nell’inferno libico invece che razionalizzare l’accoglienza. Il ministro Minniti ha deciso che conta più la pancia razzista di un paese che ormai ha perso qualsiasi residuo di vergogna e dignità, piuttosto che l’etica e la pietà. Perché veniva messa in crisi la tenuta democratica del paese. Così ha detto. E ha messo in condizione di non poter prestare la loro opera quelli che gli esseri umani sentono il dovere di salvarli.

Chi ha la mia età ha visto il terrorismo, nero e rosso, le bombe di Milano e di Brescia, quelle sui treni e quelle di Bologna, ha visto un valente avvocato far scagionare dei killer mafioso dando della pazza alla madre della vittima e poi diventare presidente della repubblica e fare le corna durante una visita ai malati di colera nella sua città, ha avuto notizia di due golpe falliti, ha vissuto il rapimento di un presidente del consiglio lasciato morire perché era meglio così, ha sentito di un banchiere che si è impiccato da solo, come un equilibrista, sotto un ponte a Londra,  ha visto la mattanza di Palermo e sentito il fragore di Capaci, ha accolto con rassegnazione l’altro frastuono, quello che ha dilaniato Borsellino e la sua scorta, ha visto la P2, Gladio, depistaggi di ogni sorta, un aereo cadere nel mare e restare sommerso dalle menzogne, un anarchico volare dalla finestra, ha visto pestare manifestanti pacifici dai poveri polizotti che si beccano di tutto mentre dormivano e altri costretti, dai poveri poliziotti di cui sopra, a cantare in una caserma canzoni fasciste, ha sentito una povera poliziotta dire “uno l’abbiamo fatto fuori” parlando di un ragazzo morto, ha visto scandali di ogni tipo, politici riciclati, un presidente del consiglio con un palazzo di troie a disposizione.

Ecco, io penso che siano cose  come queste a mettere in pericolo la tenuta democratica, per altro sempre piuttosto labile, del nostro paese. Ma il ministro Minniti, probabilmente, queste cose non le sa: fa parte di un governo giovane e la storia è roba da rottamare.

I migranti vengono benissimo per raccogliere la frutta e verdura nei campi, frutta e verdura che finisce sulle tavole imbandite delle signore bene che tengono alla linea e si lamentano dei neri che le infastidiscono chiedendo la carità davanti al supermercato.

Vengono benissimo quando devono lavorare in nero nell’edilizia. Se muoiono, spariscono, tanto c’è sempre qualcuno pronto a sostituirli.

Vengono meno bene se chiedono giustizia e lavoro. Anzi, danno proprio fastidio. Come davano fastidio gli italiani quando all’inizio del secolo scorso e poi a metà del secolo scorso e poi un po’ più della metà del secolo scorso, facevano esattamente la stessa cosa.

Oggi sono gli africani che stuprano le donne, perché sono selvaggi, è la loro natura, ieri erano i romeni, idem. In realtà, a stuprare le donne, dargli fuoco, sfigurarle con l’acido, pestarle, sono gli italiani, sette volte su dieci parenti e amici. Questo se consideriamo le denunce effettive che sono solo la punta dell’iceberg.

Seicento morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, nuovi licenziamenti ogni giorno, le mafie che hanno in mano metà paese: tutti a prendersela con l’Isis e nessuno che si cura di quindicimila persone, tanti sono i mafiosi ufficiali, che gestiscono traffici di droga, di armi, di esseri umani e sono ormai diventati una parte integrante dell’economia del nostro paese. Disoccupazione in aumento, nonostante l’Istat, che considera posti di lavoro anche quelli di chi lavora un’ora a settimana, la droga che sta tornando ad avvelenare i nostri ragazzi, il welfare fatto a pezzi da una politica di macelleria sociale che non accenna a finire, periferie allucinanti e dimenticate in ogni città, infrastrutture insufficienti ovunque, corruzione diffusa capillarmente in ogni settore eppure il problema in grado di mettere in crisi la tenuta democratico dello Stato sono poche centinaia di migliaia di migranti, molti meno di quelli di cui avremo bisogno nei prossimi anni, se vorremo continuare a esistere come paese.

Qual è il male, dov’è il problema, cosa fa scattare il razzismo, la guerra tra poveri? Forse ci stiamo solo evolvendo, forse a furia di scaricare la colpa sugli altri, a furia di arrestare drogati, sgomberare rom, bruciare barboni, spingere omosessuali al suicidio, stiamo finalmente assumendo la forma che ci è più congeniale: quella dei mostri. E quando saremo tutti mostri, indifferenti e pieni di odio a tal punto da mangiarci l’uno con l’altro, ci renderemo conto che forse no, non è il migliore dei mondi possibili.

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