A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scuola e la narrazione di un mondo diverso


primo-giorno-scuola-2016

Tutti quelli che tra qualche giorno si siederanno in cattedra nelle loro aule, me compreso, dovrebbero farlo con la consapevolezza che mai come in questi tempi il nostro lavoro rappresenta un argine all’epidemia di stupidità, egoismo e ignoranza dilagante.

La scuola deve tornare ad essere, nonostante le pessime finte riforme e i discutibili ministri, il personale che manca, i problemi strutturali degli edifici, la conflittualità con le famiglie, un presidio di democrazia e recuperare quel ruolo di ascensore sociale e palestra di spirito critico che, negli anni, è andato sempre più scemando.

Dobbiamo tornare a offrire una narrazione diversa del mondo, spiegare ai ragazzi che questo non è il migliore dei mondi possibile e che cambiarlo è loro preciso dovere, se non vogliono essere risucchiati nella deriva etica e morale che ci circonda. Narrare il mondo presuppone conoscerlo, raccontarlo significa riconoscerlo e vederlo da nuove prospettive, l’atto di insegnare non è mai unidirezionale: è sempre un dare e ricevere, un aprire e un aprirsi.

E’ tempo che la scuola torni a creare valori, a porre le basi per una cittadinanza attiva e consapevole, a informare e invitare a leggere con occhi critici e attenti la realtà che ci circonda.  Senza dogmatismi, senza disonestà intellettuale, senza verità in tasca: a scuola bisogna invitare a ricercare ognuno la propria verità.

Per fare questo, a mio parere, è necessaria una scuola nuova, libera da programmi predefiniti, vecchi di trent’anni e modalità di insegnamento ancora più vecchie, una scuola che educhi, formi e informi, aperta al mondo e al dialogo, che sperimenti quotidianamente nuove strade, che metta al primo posto i ragazzi e il valore che questi ragazzi rappresentano per il mondo. Una scuola che non integri, ma condivida un parte di strada con chi arriva da lontano. Il verbo integrare presuppone l’esistenza di una cultura dominante, migliore, esattamente quello che la scuola non deve insegnare.

Gli insegnanti devono assumersi la responsabilità del proprio ruolo comprendendo che mostrare la bellezza e insegnare ad apprezzarla, trasmettere le lezioni del passato che spieghino il presente e preparino il futuro, entrare in empatia con ragazzi sempre più smarriti, privi di valori di riferimento e spinti ad omologarsi è compito gravoso, da far tremar le vene e i polsi, ma prezioso e necessario, ineludibile in un mondo in cui dilaga l’odio. Canta Chico Buarque che “figlia della paura la rabbia è madre della codardia”, sarebbe una bella frase da scrivere alla lavagna il primo giorno.

Personalmente, trovo aberrante la riduzione imperante della scuola a trampolino per il mondo del lavoro, pur essendo consapevole della necessità di un percorso virtuoso che vada in questa direzione, soprattutto negli ultimi anni delle superiori.Nello stesso tempo, riscontro la necessità di riportare a scuola quelle attività pratiche, manuali, oggi scomparse, che un tempo permettevano di stabilire un canale di comunicazione con i ragazzi più problematici, impermeabili a una pagina di Dante ma affascinati da un circuito elettrico. Ecco, bisogna tornare a spiegare Dante partendo da fili e lampadine, si faceva, si può tornare a fare, si deve tornare a farlo. Il valore formativo di ogni attività che si svolge a scuola non può essere messo in discussione dalle logiche economiche imperanti: prima di tutto formiamo uomini decenti, il resto verrà da sé.

Trovo altrettanto fastidioso il dibattito sui compiti a casa e sulle bocciature: la vita è assunzione di responsabilità, la vita è risolvere problemi consapevoli che ogni porta che si apre ne chiude altre, ogni scelta avvia un cammino. Oggi è più che mai necessario che i ragazzi comprendano che non esistono scorciatoie nella vita, nonostante la visione portata avanti dai media, che la finzione non è realtà e che l’unica strada che permette di andare avanti nella vita è quella che comprende onestà, impegno, sacrificio e responsabilità. L’atto banale di assegnare un compito a casa, e chi mi conosce sa che io preferisco lavorare in classe, è di per sé formativo, perché spiega al ragazzo che vivere non è solo divertirsi, che la conoscenza va acquisita a volte con fatica, che bisogna imparare a gestire il tempo, insegna soprattutto il piacere del lavoro ben fatto, del risultato ottenuto con fatica: un valore fondamentale per la democrazia in questo paese, secondo Havel, l’arma più forte contro l’autoritarismo.

Sono polemiche inutili di chi non comprende che il tempo scuola non è staccato dalla vita ma è tempo di vita fondamentale, per imparare a socializzare, a guardare all’altro senza pregiudizi, per ottenere possibili chiavi di decifrazione del presente, per crescere conoscendo, per stabilire rapporti, per comprendere e comprendersi.

Dobbiamo recuperare la dignità e il valore del nostro lavoro, consapevoli che se qualcosa può ancora cambiare, quel cambiamento può partire solo dalle nostre brutte e scomode aule e dagli occhi pieni di domande inespresse che ci guarderanno il primo giorno di scuola.

Buon lavoro dunque a tutti i colleghi e le colleghe, nonostante tutto e nonostante tutti, a volte, nonostante noi.

Categorie:Attualità, La scuola

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