A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Miserie in ordine sparso.


A volte di una tragedia sono i particolari che ci colpiscono, stranamente  e impietosamente, se volete. Così della storia della ragazzina uccisa dall’ex compagno della madre mi è rimasto impresso il fatto che la donna abbia esternato la sua rabbia su Facebook.

Com’è possibile? Sparano in faccia a tua figlia, uccidono tua figlia e tu trovi il tempo per postare su Facebook e rilasciare interviste alla tv?

Siamo arrivati alla socializzazione del dolore e sarebbe da studiare, per capire se si tratta di un mezzo per sterilizzare le emozioni, renderle accettabili se condivise con altri, in qualche modo alleggerirne il peso facendole in piccoli pezzi e distribuendoli al mondo oppure se, come temo, progressivamente, stiamo perdendo la capacità di vivere emozioni autentiche, con tutto quello che questo comporta in termini di elaborazione del lutto e reazioni smodate, ad esempio, di fronte a un comune fatto della vita come un abbandono.

Il ragazzo che uccide l’ex fidanzata e fa le boccacce alla gente che grida improperi contro di lui, è l’immagine simbolo della scomparsa del senso di colpa. A furia di coccolare, blandire, incoraggiare i giovani, abbiamo fino per deprivarli di quel deterrente giudaico cristiano,a volte devastante ma spesso salutare, che ha segnato tutti quelli che hanno più o meno la mia età. LI abbiamo lasciati soli, senza una bussola, e l’esagerato investimento emotivo nei rapporti interpersonali, vissuti senza mezze misure, con un dannato spirito di possesso, è il risultato.

Vedo quotidianamente genitori giovani, brave persone, preoccupate per i figli, che non comprendono che se la colpa non comporta nulla, se la trasgressione non viene sanzionata in modo severo, non c’è colpa. E’ un discorso difficile da fare in una società in cui si confonde la comprensione con la giustificazione, in cui a sentirsi in colpa sono i genitori e non i figli, in cui psicologi, pedagoghi  ed  esperti vari, propongono ricette preconfezionate di assoluzione aprioristica di certi comportamenti avallandoli nei fatti.

Così finiamo per perdere il senso di quello che conta davvero e accettiamo tutto: il ragazzino figlio di papà che dà fuoco al barbone, le ignobili insinuazioni su due turiste stuprate da due carabinieri, le assoluzioni dei politici corrotti, le manifestazioni contro i negri, le ignobili forzature quando gli stupratori sono stranieri, gli ignobili titoli di giornale. Ci culliamo nell’illusione che questa si libertà, democrazia, parole che hanno perso significato in una società in cui nessuno vuole essere veramente libero, per questo comporterebbe assumersi delle responsabilità.

La notizia che più mi ha amareggiato è stata la riunione dei cittadini di Multedo, un quartiere operaio della periferia genovese, contro l’arrivo di sessanta profughi da ospitare in un ex asilo dismesso. In particolare, mi hanno colpito i commenti di giovani e arroganti radical chic in carriera politica che fingono di tutelare e difendere gli interessi del quartiere per avallare il proprio razzismo e quello dei propri concittadini.

Parole che suonano come musica alle orecchie di una giunta di estrema destra che si trova inaspettatamente in sintonia con la pancia di molti cittadini in una città che ha scritto pagine epiche della Resistenza. Parole che suonano come un de profundis per la Genova in cui sono cresciuto, una città capace di alzare la testa e i pugni chiusi in difesa di chiunque fosse umiliato ed offeso, la città di don Gallo, la città degli operai che, molte volte, ha segnato il tempo ai governi e la linea al paese. 

Il mio non è un discorso ideologico, come potrebbe sembrare. Anni di giunte rosse hanno portato alla creazione di comitati d’affari da sagra paesana e bloccato le possibilità di sviluppo di una città vecchia, decadente, abitata per lo più da anziani e incapace, oggi, di ritrovare un briciolo di quella superbia per cui era conosciuta nel mondo.

Ma malgrado le speculazioni, gli scandali, i padrini e feudatari politici, quando arrivava il momento la città si univa e si muoveva come un solo uomo. Non è più così e personalmente, con le mie origini siciliane e il questo non sentirmi più a casa nella città dove sono nato, mi sento sempre più profugo anch’io, migrante nell’anima in cerca di un  porto dove gli uomini sono ancora uomini e non bisogna continuamente insegnare ai ragazzi che siamo tutti diversi, siamo tutti coloured, a seconda di dove andiamo e di quelli con cui ci rapportiamo, che i colori non esistono, sono una rifrazione della luce, che le razze non esistono, ecc.

Non è colpa della politica, è colpa nostra, del nostro benessere costruito sulle miserie degli altri, della nostra profonda ignoranza e del compiacimento della nostra ignoranza. La politica disgustosa di questi tempi è solo specchio della società disgustosa che abbiamo contribuito a creare.

E sto esternando su un social anch’io, maledizione.

Categorie:Attualità

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