A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

I diritti dei lavoratori a Genova: un pallido ricordo.


E’ un autunno triste quello di Genova, città che un tempo ha dominato sul mondo, che spesso ha segnato la strada e che oggi è immersa in una profonda crisi economica e di valori. Segna la strada ancora una volta, Genova, ma è una strada che porta a un dirupo.

Ieri la notizia dei seicento esuberi all’Ilva, con l’oscenità del licenziamento e riassunzione con cancellazione dell’anzianità. Anni fa si sarebbero mobilitati tutti, oggi la notizia è già scomparsa dal giornale cittadino per lasciare spazio a un’altra notizia, per certi versi peggiore: i dati dei controlli dell’ispettorato del lavoro ligure eseguiti durante l’estate.

Quasi il novanta per cento delle imprese controllate risulta irregolare: si va da più di duecento lavoratori in nero a più di sessanta lavoratori a cui non venivano concessi riposi settimanali o giornalieri, più di 350 provvedimenti per violazioni alle norme di sicurezza, falsi voucher, ecc.ecc.

Un’illegalità diffusa in vari settori, dalla ristorazione all’edilizia, talmente diffusa che, probabilmente, le cifre allucinanti comparse sul giornale sono solo la punta dell’iceberg.

Non c’è da stupirsi: era inevitabile che il jobs act, una deregulation incontrollata in un paese dove la deregulation esisteva già di fatto,avrebbe presto fatto maturare i suoi frutti avvelenati.

Le spiegazioni sono, come dicono quelli  intelligenti, multifattoriali: una politica del lavoro regionale che in Liguria non esiste da decenni, una politica nazionale asservita agli interessi delle multinazionali e più preoccupata di mettere in ginocchio i sindacati che di avviare un piano a lunga scadenza per rilanciare il lavoro e non i consumi, la perdita della coscienza di classe dei lavoratori, l’egoismo diffuso,  l’incapacità di comprendere che quattro soldi in più non ti restituiranno la salute e che, se rinunci ai diritti tu, di fatto, poni le basi per cancellarli, la crisi dei sindacati, in parte giustificata dalle divisioni degli anni scorsi e da atteggiamenti spesso discutibili, in parte dovuta a campagne stampa architettate ad arte, in parte assolutamente ingiustificata,ecc.ecc.

In particolare a Genova, aleggia lo spettro di quella che fu la sinistra. Una sinistra che ha perso identità e valori e che dovrà interrogarsi, presto o tardi, su quello che ha fatto a questa città. Per anni ha avuto un potere quasi assoluto percorrendo la parabola della Democrazia cristiana: giocando un ruolo fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori e dei diritti civili tout court, promuovendo solidarietà e accoglienza, raccogliendo i giovani nelle sezioni e offrendo valori e punti di riferimento,. Poi, gradualmente si è trasformata nel suo nemico storico, con un clientelismo esteso e diffuso, i favori agli amici e alle aziende amiche, il monopolio culturale, gli scandali, fino al nulla di oggi. Genova è lo specchio del passaggio dal Pci al Pd, con tutte le sue gradazioni intermedie.

Non è che, ovviamente, chi ha sostituito la sinistra al governo della città e della regione abbia fatto meglio o stia facendo meglio: ormai le giunte sono comitati d’affari e la politica ha perso senso e dignità. Ma da uomo di sinistra, sono disgustato dal punto di arrivo che quella che era la mia area politica di riferimento ha scelto. Il suo capolavoro è stato consegnare il comune a una giunta a maggioranza leghista, con la presenza di una componente neofascista.

Il punto zero sono le manifestazioni razziste pregiudiziali e insensate di Multedo, un quartiere operaio che si schiera, non tutto per fortuna, contro gli ultimi, è la dimostrazione di questa caduta, di un decadimento civile che sarà sempre più difficile frenare. Il punto zero sono le giustificazioni che vengono portate da varie parti per queste manifestazioni. Beh, signori, Genova non è mai stata questo, Genova non chiudeva le porte al prossimo. Invece di giustificare l’ingiustificabile, dovremmo interrogarci su come porvi argine.

L’impatto sociale sul ponente genovese degli esuberi dell’Ilva, se nessuno farà nulla per impedirli, sarà altissimo: aumenterà la disperazione, la paura, la diffidenza, i capri espiatori, ecc., in una coazione a ripetere che abbiamo già visto e che la politica continua a rifiutarsi di prendere in considerazione. Coazione a ripetere che comporta i diritti violati di cui sopra, perché dubito che un lavoratore che ha perso il posto, vada a consultare il contratto.

I valori civili e i valori dei lavoratori, una volta, coincidevano, e coincidevano con i valori della sinistra e con i valori di quella parte del mondo cattolico in cui mi riconosco, quella che si rifà alla dottrina sociale della Chiesa, quella che ha considerato una svolta la beatificazione dell’arcivescovo Romero e che si trova in linea con le considerazioni del Santo Padre. Non certo quella che lo accusa di eresia.

Oggi, è rimasto solo Francesco a dire la verità, a fare il punto della situazione, e l’ha ribadita, chiara e forte, a Genova, la verità, pochi mesi fa, proprio di fronte a quegli operai dell’Ilva che oggi rischiano, per l’ennesima volta, il posto di lavoro.  Io c’ero, ho visto i volti rudi di quei lavoratori ascoltare con attenzione, applaudire convinti, sentirsi orgogliosi di quello che erano. Non meritano di essere  di nuovo umiliati e offesi.

La speranza è che qualcuno se le ricordi quelle parole e questa città sappia rialzare la testa, come ha fatto in passato, e scenda in piazza per i lavoratori dell’Ilva, dell’Ericsson e di tutte le altre aziende in crisi, per il diritto alla dignità e al lavoro di tutti, anche degli ultimi.

Lo spero, ma non ci credo.

Categorie:Attualità

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