A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

A Coronata si lavora per un futuro diverso


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Ci accoglie sulla soglia del Campus sorto al S. Raffaele, l’ex ospedale di Coronata, Maurizio Aletti, presidente della cooperativa Un’altra storia che si occupa della gestione della struttura. Insieme a lui ci sono alcuni d ei ragazzi che stanno provando a costruirsi una strada dopo essere stati sbalzati fuori a forza da quella che avrebbe dovuto essere la loro: vengono dal Mali, dal Ghana, dal Pakistan, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal e tanti altri posti di un mondo in guerra.

Sono giovani, timidi, hanno sorrisi aperti e occhi grandi ed espressivi, sono richiedenti asilo. Vengono qui da diverse strutture sparse per la città a studiare italiano, imparare usi e costumi del nostro paese e ad imparare un mestiere. Come non c’è modo migliore per imparare a scrivere che scrivendo, così non c’è modo migliore per apprendere un mestiere che lavorando e qui, questi ragazzi, lavorano. Stanno ristrutturando una parte del vecchio ospedale. con fatica, impegno e passione. I fondi provengono dai famosi trentacinque euro che, è bene non stancarsi mai di ripeterlo, non vanno nelle loro tasche ma nelle casse della cooperativa che provvede al loro sostentamento, alla loro istruzione e, con gli avanzi, a comprare i materiali per la ristrutturazione.

L’idea è quella di creare un ambulatorio e un centro per gli anziani, l’idea è quella di restituire quello che per troppi anni è stato un rudere, al quartiere e ai cittadini, a tutti i cittadini.

I ragazzi sono controllati, prima di entrare al campus vengono sottoposti a rigorose visite mediche, hanno un pass che gli permette di accedere alle lezioni, alla mensa, al dormitorio (ottanta di loro sono ospitati al S. Raffaele), chi non rispetta le regole viene mandato via.

Visitando le aule, la palestra, guardando le foto del lavoro fatto per riportare a nuova vita i vigneti, mi commuovo. In questi giorni in cui le pagine dei giornali riportano cronache di odio e incomprensione, passeggiare per questi corridoi è vivificante, ti fa pensare che c’è speranza in un futuro diverso, un futuro di condivisione di percorsi di vita, un futuro in cui il colore della pelle sarà un dettaglio insignificante, come accade con i ragazzi nelle mie classi multicolori. Mi commuovo anche quando, quasi a forza, senza troppe parole, raccontano le loro storie. Uno a un certo punto, sottovoce, mi chiede cosa significa “odio”: gli rispondo che significa volere il male degli altri. – E’ una parolaccia? mi chiede  un po’ confuso. -No, ma non è una bella parola. Rispondo. Già.

Purtroppo la realtà attuale è diversa, a causa anche di una politica che sembra aver dimenticato qualunque dimensione etica e, soprattutto, appare incapace di comprendere i vantaggi di una convivenza serena con chi viene da lontano (scusate, ma integrazione non mi piace, la trovo una parola aberrante). Non è un caso se S. Egidio aprirà una scuola della pace al Cep, altro quartiere a forte disagio della nostra città.

Non a caso, il campus è gestito da una cooperativa con molti volontari e da Migrantes, la Chiesa, con la collaborazione di S Egidio. Dello Stato, nemmeno l’ombra ed è una latitanza che si protrae da tempo in tutte le aree critiche del nostro paese.

Credo che esperienze come questa segnino la strada, aprano porte, offrano alternative concrete all’odio, alla paura e al rifiuto. Chiederò a S. Egidio di mandare qualcuno dei ragazzi nella mia scuola e, lo confesso: non lo faccio solo perché parlino ai miei alunni, loro non hanno troppo bisogno di riconoscere l’umano nel diverso, anche se ripassare non guasta, ma perché parlino tramite i miei alunni agli adulti, perché questa realtà diventi conoscenza acquisita del quartiere e le brutte cose, i brutti pensieri che ricomincio a sentire in giro scompaiano, cancellati dalla forza dei fatti.

Cornigliano, dunque, è ancora una volta un laboratorio, Lo è stato con la scuola dove insegno, che tanto ha fatto in passato e tanto fa ancora per la reciproca conoscenza di italiani e stranieri, lo è adesso con il campus del S. Raffaele, un esempio di restituzione di un bene sociale alla comunità che dovrebbe essere motivo di orgoglio per la cittadinanza. 

La speranza è che si smetta di dare risalto e prime pagine a chi incita all’odio senza comprendere, per lasciare il posto a chi silenziosamente, ma senza retrocedere dalle proprie posizioni, senza altre sovrastrutture ideologiche che non siano il rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani, si adopera giorno dopo giorno, per abbattere tutti i muri, soprattutto quelli mentali, i più difficili da eliminare.

Categorie:Attualità

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1 risposta

  1. Alcuni ragazzi di Coronata e Cornigliano vengono a scuola a Voltri; sono ragazzi che hanno già vissuto l’odio in Libia, sono animi feriti. Le parole divengono vetro e sussurri. Chiedono aiuto, cercano amore.

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