A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Di scuole, torri d’avorio e di Eichmann


La scuola deve essere una torre d’avorio, un luogo di passaggio o, meglio un non luogo, per dirla con Marc Augè, a un tempo fuori e dentro alla realtà?

La scuola deve vivere il suo tempo o essere fuori dal tempo, un tempio laico, una torre d’avorio dove i discenti possano crescere tranquilli, ovattati, al riparo dal mondo esterno?

Ancora: il rispetto di una legge dello Stato contempla l’iniquità, il tradimento profondo del proprio ruolo e dei principi che hanno portato un individuo a scegliere il mestiere ingrato di insegnare? E’ lecito per un insegnante trasformarsi in delatore? E se la risposta è affermativa, Eichmann è stato condannato ingiustamente?

Temi pesanti che scivolano con leggerezza inusitata in un collegio docenti quasi catalettico, fino alla presentazione di una mia mozione che riguardava, a mio avviso, il senso del nostro fare scuola in un quartiere difficile, un monito a chi volesse fare quanto è stato fatto in altri quartieri, strumentalizzare e aizzare la rissa in una escalation di affermazioni sopra le righe da una parte e dall’altra con la scusa della questione razziale, avesse ben chiaro che la scuola no, non sarebbe stata al gioco e non sarebbe stata zitta.

La maggioranza dei miei colleghi ha scelto di dire no al razzismo e all’emarginazione, ma è una maggioranza risicata, che mi conforta da un lato e mi avvilisce dall’altro, come una maschera pirandelliana. Perché non riesco a capire.

Non riesco a capire perché una mozione in cui ogni riga richiama la Costituzione non sia presentabile nel collegio docenti di una scuola, non riesco a capire perché non si può affermare con orgoglio di essere contenti di lavorare in un  quartiere multietnico con ragazzi provenienti dal mondo, non riesco a capire perché la scuola deve chiudersi invece di aprirsi al mondo.

Qualcuno, a suffragare l’illegittimità della mozione, ricorda che una dirigente ha permesso il voto contro una legge dello Stato, quella che trasformava gli insegnanti in delatori che avrebbero dovuto individuare e denunciare i clandestini, una oscena appendice della Bossi-Fini, rapidamente estirpata per l’ondata di no da parte di molti insegnanti. Mi sono infuriato con chi ha richiamato quell’episodio, è ho sbagliato.  Dovevo chiedergli se avesse letto  La banalità del male di Hanna Arendt, perché anche Eichmann, si parva licet componere magnis, seguiva una legge dello Stato: è stata la sua difesa al processo. Per fortuna, il nostro non è uno stato hegeliano e una legge iniqua e palesemente anticostituzionale si può denunciare, se si ha il coraggio di rischiare, ovviamente…

Questo è un post privato e carico di amarezza, perché  se anche noi, perfino noi, abbiamo paura di schierarci su questioni di principio, o pecchiamo di un eccesso di prudenza, se preferite, se perfino noi, che abbiamo il dovere di conservare e tramandare la memoria, scegliamo la via dell’ignavia, allora davvero la notte sarà lunga.

La scuola è scesa in piazza quando è stato sgomberato il campo rom perché era una situazione contingente, è stata un’altra argomentazione portata a sostegno dell’astensione o del voto contrario. Tradotto: non ci interessa quello che non ci tocca, neanche a quattro chilometri di distanza, neanche se sui social, su quanto accaduto a quattro chilometri di distanza si dicono cose allucinanti, se i genitori che vengono a parlarti dicono cose allucinanti, neanche se i ragazzi hanno paura.

E come potrebbero non averla se, per primi, la dimostriamo noi? Se non parliamo di quello che accade, non troviamo con loro una chiave per comprendere, non gli forniamo gli strumenti per decifrare la realtà?

Io rispetto chi ha votato contro o si è astenuto, ma non lo approvo, sto da un’altra parte, ho un’altra idea di scuola. Non è questione di politica come qualcuno può aver pensato. Non è difficile capire che chi scrive in questo blog è diverso dall’insegnante e diverso dal dirigente sindacale: in contesti diversi, affermiamo le nostre ragioni in modi diversi, con toni diversi. Maschere pirandelliane, ancora. La scuola, per me, deve essere aperta al mondo ed entrare nel mondo, fornire chiavi per decodificarlo, le note per comprenderne la melodia e le dissonanze.

Io rispetto chi ha detto che la mozione non era presentabile, ma non sono d’accordo, dissento fermamente sull’idea che la scuola debba chiudersi in sé stessa, dissento fermamente che la scuola non debba fare politica in senso alto, dissento fermamente sul fatto che la scuola non debba educare i ragazzi a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, dissento fermamente sul fatto che la scuola debba lavorare in silenzio, dissento fermamente che, in fatto di diritti e valori universali, esista un vicino e un lontano, qualcosa che non ci riguarda e qualcosa che ci riguarda solo se ci tocca direttamente.

Sono molto amareggiato e questo è un post privato, o forse è una sorta di Diario in pubblico alla Vittorini, si parva licet..etc, una recriminazione morale, un tentativo di comprensione di un senso comune che ormai non riesco più ad afferrare. Non voglio dire cose di cui non mi pentirei ( non mi pento mai di quello che dico) in preda alla rabbia, preferisco fare, preferisco continuare a lavorare con l’illusione di preparare adulti migliori di me e di loro, la maggioranza silenziosa, quella che ritiene prudente restare fermi fino a quando il fuoco non ci circonda.

Sono molto amareggiato e questo è un post privato, righe nere sul nero, come quelle che scriveva Sciascia, e non voglio dire cose di cui non mi pentirei perché sono deluso e amareggiato. Domani, per fortuna, ritrovo i miei ragazzi e i colleghi di ogni giorno.

Categorie:Attualità

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