A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

L’altro siamo noi


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Per loro non ci saranno foto sui giornali che le ritraggono sorridenti, nessuno racconterà la loro storia, nessuno sentirà un fremito nella propria coscienza pensando a quello che è successo.

La legge spietata dell’informazione, o della disinformazione, a scelta di chi legge, decide cosa deve toccare il nostro cuore e cosa no, quali vite sono degne di essere ricordate e piante e quali vanno dimenticate in fretta, gettate via, come una imbarazzante zavorra dell’anima. E’ il redattore capo che decide quali vite sono state degne di essere vissute e ricordate.

Ventisei donne italiane morte avrebbero occupato le prime pagine dei giornali per giorni, conosceremmo tutto di loro: vita, affetti, dolori, quello che hanno fatto nelle ore precedenti la loro tragica scomparsa, i loro sogni, le loro paure. Ventisei donne migranti non fanno nessuna notizia, a parte i commenti scioccati di chi le ha viste, citate in un articoletto in fondo alla cronaca..

E’ l’ennesima tappa di una progressiva assuefazione all’orrore, di una sterilizzazione delle coscienze condotta con scientifica efficienza. Chi non è uguale a noi, chi non è omologato ai nostri riti, chi non veste, non parla, non mangia come noi è diverso, e come tale, non esattamente umano come noi.

Chi è diverso può morire su una nave che lo sta portando verso una terra straniera dove non sarà il benvenuto, o può essere dilaniato in un albergo dalle bombe posate dai terroristi, bombe che pesano meno, perché le vittime non sono europee, nessuno sui social si identificherà con loro, può morire di fame, di sete, in un campo di pomodori stroncato dalla fatica e dal caldo, non importa il modo: a lui può capitare, perché è diverso da noi. In un modo perverso, la sua fine esorcizza le nostre peggiori paure di privilegiati in un mondo di disperati.

Questa è la narrazione eterna e immutabile di ogni migrazione. E’ toccato anche agli italiani, che si spostavano in nord Europa e negli Stati Uniti esattamente come oggi gli africani si spostano verso il nostro paese, che morivano durante il viaggio, stipati all’inverosimile su navi non dissimili dagli odierni barconi, quantomeno per condizioni igieniche, che morivano costruendo ferrovie, strade, ponti, lasciando i polmoni nelle miniere, e non meritavano neanche due righe su un giornale.

Anche allora l’informazione era complice dell’ingiustizia, cassa di risonanza dei pregiudizi e delle menzogne dell’opinione comune. Gli italiani erano Dagoes, una via di mezzo tra i neri e gli esseri umani.

Anche allora, probabilmente, esistevano giornalisti onesti, che cercavano di focalizzare l’attenzione della gente sulla reale entità dei fatti, che sapevano provare pietà ed empatia, che  riconoscevano nelle migliaia di persone che sbarcavano a Ellis  Island un’umanità dolente, umiliata e offesa, oggi come allora, dalla congiuntura economica. Anche allora, come oggi, erano voci nel deserto, inascoltate e ignorate dal fragore del nulla che ci circonda.

Dobbiamo chiederci dove stiamo andando, se una partita di calcio occupa su un quotidiano più spazio di una tragedia,  se la gente preferisce leggere pomposi editoriali sulle molestie sessuali di un Tycoon, piuttosto che dell’ennesima tragedia che non ha colpevoli perché tutti siamo colpevoli.

Dobbiamo chiederci che uomini e donne stiamo diventando, se votiamo sempre meno, ci occupiamo sempre meno di politica, cioè di noi e di chi ci circonda, ma compriamo sempre più smartphone per essere connessi con un mondo che ci costruiamo a nostra immagine e somiglianza, un mondo seduttivo e sorridente, senza donne che muoiono su barche di disperati, senza persone dilaniate in un hotel africano, anzi senza Africa e Asia, senza poveri, un mondo di persone uguali, con uguali vizi e virtù, che vestono, pensano, parlano, allo stesso modo e sognano gli stessi sogni.

E’ il mondo 2.0  che ognuno ha a portata di mano, un mondo dove l’altro esiste solo in quanto immagine riflessa in uno specchio. Un mondo dove si possono riempire pagine di accurate descrizioni degli approcci sessuali adolescenziali di un produttore cinematografico e sorvolare con poche righe sul patteggiamento chiesto da un gruppo di manager e uomini d’affari genovesi che incontravano e abusavano di ragazzini minorenni in una villa del centro, in cambio dello smartphone, oggetto del desiderio da barattare con la propria innocenza.

E’ il mondo 2.0, dove un ministro che ha stretto uno scellerato patto  col paese da cui i  migranti partono per lasciarli morire lì, dopo una campagna stampa che ha demonizzato con tempestività quantomeno sospetta le Ong, salvo poi lasciar cadere la notizia nel dimenticatoio, passa per un esponente di primo piano di questo governo, uno che almeno ha cercato e trovato una soluzione. Peccato per quelle 26 donne morte che dimostrano che, forse, la soluzione non è quella giusta.

E’ il mondo 2.0, evocato da uno storytelling politico accattivante, che dipinge un quadro di famiglie sorridenti che vanno a prendere felici i figli preadolescenti a scuola o lasciano l’incombenza ai nonni, altrettanto sorridenti, sorvolando su famiglie straniere con un solo genitore che lavora dalla mattina alla sera, o famiglie con genitori divorziati, o licenziati, o depressi, tutto questo non può trovare posto nello storytelling, rovinerebbe il quadro e la colonna sonora. Nel mondo 2.0  c’è lavoro per tutti e quelli che lo perdono pagano il loro tributo alle magnifiche sorti e progressive.

Dobbiamo interrogarci su tutto questo e decidere se il mondo che vogliamo è fatto di navi che portano cadaveri e si arenano sui deserti della nostra indifferenza o se vogliamo proporre una nuova idea di mondo, una narrazione reale e viva, in cui siamo protagonisti e non maschere, in cui l’altro siamo noi, perché ogni essere umano è noi.

Categorie:Attualità

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