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Le elezioni in Sicilia hanno avuto un esito scontato, vista la campagna elettorale che si è svolta nell’isola e la vocazione masochistica che da qualche tempo sembra attanagliare un sinistra che non sembra in grado, in ogni sua personificazione, di fare proposte concrete, nuove e coraggiose.

La vecchia nomenklatura  torna dunque a governare l’isola, dal momento che quello che sembrava il nuovo, rappresentato da Crocetta, è miseramente fallito.

Si è parlato pochissimo di mafia, durante questa nuova campagna elettorale, ancor meno di corruzione e l’arresto odierno di un neo eletto consigliere della maggioranza, accusato di essere a capo di un consistente giro di evasione fiscale, dimostra che è stato un errore.

C’è nell’aria, riguardo la mafia, un’aria di normalizzazione, un silenzio sospetto, come un tacito accordo a non affrontare un problema scabroso e sgradevole. Aria di normalizzazione che sembra respirare anche un’antimafia sempre più istituzionalizzata, dal fiato corto e dalla vista offuscata, che sembra più impegnata a celebrare sé stessa piuttosto che a tenere alto l’allarme nel paese.

E’ un po’ come se il vecchio adagio “se tutto è mafia allora niente è mafia”, fosse diventato realtà non solo al sud, ma in ogni parte del paese.

Certo non tutto è mafia ma la corruzione dilaga ovunque, il clientelismo e gli sprechi idem, e la politica a tutto sembra interessata tranne che a risolvere questi che sono problema sistemici del paese. Tutta la politica, compresa l’estrema destra e la sua paccottiglia fascista, impegnata nella costruzione di un nuovo nemico, lo straniero, mentre fa affari o tace col nemico di sempre di questo paese.

Io credo che il movimento antimafia possa e debba dare ancora molto al paese se abbandona le celebrazioni, se cancella la parola legalità dal proprio vocabolario e rinuncia alla sua assurda pretesa di apoliticità.

Perché è esattamente di politica che questo paese ha bisogno, di una politica diversa e concreta, oltre che pulita.

Vorrei che l’antimafia celebrasse meno la memoria, operazione necessaria e irrinunciabile ma che, se deve continuare a  essere prioritaria con le nuove generazioni, non può esserlo in generale,vorrei chiedesse invece a gran voce, ad ogni elezione, non solo il rispetto della legge ma ponti (non sullo stretto), strade, infrastrutture, un’antimafia attiva che esce dai palazzi dei convegni e va tra la gente, nelle periferie, nei quartieri dimenticati, piantando le proprie bandiere dove non lo fanno gli altri e ascoltando la gente per portare all’attenzione della politica richieste concrete.

La mafia nasce dall’assenza dello Stato e lo Stato non è solo giudici e divise ma ponti, strade, scuole, servizi pubblici efficienti, ecc.

E’ tempo che l’antimafia si doti di una piattaforma politica che non solo non deve mettere tutti d’accordo ma deve scontentare tutti, perché dice quello che non è carino dire, perché tocca nervi scoperti e debolezze, perché mette il dito nella piaga.

E una volta portate le proposte bisogna che la politica locale senta costantemente il fiato sul collo ad ogni richiesta disattesa, a ogni provvedimento sospetto, a ogni  grido inascoltato, perché solo così si possono ottenere risultati.

Un movimento antimafia non deve avere amici e nemici politici, tutele da proteggere, favori da ricambiare, deve essere libero, indipendente e presente, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti dei più deboli. Non si possono combattere tutte le battaglie ma non si può neanche sostare sempre nella terra di nessuno, come equilibristi in bilico sul filo e incerti sulla direzione da prendere.

Purtroppo oggi l’antimafia è un’ èlite, più o meno nobile, più o meno attiva ma pur sempre un’ èlite, che riscuote simpatie ma non consensi, che è blandita, a volte usata, dal potere, che non riesce a incidere in profondità come vorrebbe sulla coscienza del paese.Questo, forse, perché all’antimafia manca una classe dirigente matura, problema che sembra essere epidemico nel nostro paese a tutti i livelli, non di facile soluzione quando si maneggiano materie incandescenti e pericolose come le mafie.

Tanti  giovani  di buona volontà,  tante realtà straordinarie di impegno e volontà, come le cooperative di Libera terra,  tanti rivoli di resistenza in varie parti del paese,  è tempo che diventino fiume.  Un simile patrimonio di impegno ed energie deve essere capitalizzato al meglio e trasformarsi in un volano di civiltà.

Io non sono d’accordo con chi attacca indiscriminatamente Libera e altre associazioni antimafia, e ultimamente lo fanno in tanti, in troppi, e questo desta qualche sospetto. Finché si dà fastidio, la strada è quella giusta.  Credo però che liberandosi da ogni retorica, non si debba correre il rischio di adagiarsi su quanto è stato fatto, anche se è importante, anche se è molto, ma sia necessario acquisire una nuova concretezza diffusa e trovare nuove vie che non possono non ripartire dalle periferie, dove si annida il malessere e dove la criminalità organizzata trova un fertile terreno di crescita e nuove reclute. Non si può ripartire che dai diritti civili e da una lotta senza remore alla corruzione e alla mala politica, qualunque sia il colore di chi governa. Bisogna continuare a tenere la guardia alta.

Questo vale per una Sicilia dove il sessanta per cento degli elettori  ha scelto di non andare a votare, è questo il vero e unico dato politico significativo di queste elezioni e per tutto il paese, perché i mali che ci siamo illusi fossero del sud, si mostrano oggi ovunque.  A quelle persone, a quei siciliani, agli italiani, va data una nuova speranza, una nuova consapevolezza, quella di avere la possibilità concreta di cambiare le cose.

Se non si fa questo scatto, se chi ha uno slancio ideale e la voglia di spendersi per gli altri  si ferma e non guarda avanti con coraggio, dovremmo rassegnarci a dire che se tutto è mafia…

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