A ciascuno il suo

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Quando Dylan era in missione per conto di Dio


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Periodicamente Bob Dylan, quasi fosse preda di una irrefrenabile compulsione autolesionista, fa qualcosa che disorienta, disgusta o sconvolge il suo pubblico.

L’ha fatto al tempo della svolta elettrica, assurdo periodo in cui un artista che stava ponendo le basi per tutto quello che sarebbe venuto nel rock veniva aspramente contestato con l’accusa di aver tradito il folk e l’impegno, l’ha fatto con Self Portrait, semplicemente un disco orribile, l’ha fatto recentemente con la soporifera trilogia dedicata a Sinatra.

Solo nel ‘66 le contestazioni furono altrettanto ingiustificate quanto quelle che lo colpirono al tempo della sua conversione al cristianesimo. 

Come uno dei predicatori protagonisti delle sue canzoni, Dylan, tra il 1979 e il 1981, attraversò l’America cantando ( e predicando) di fine dei tempi, pentimento, conversione e grazia divina, ignorato da moltissimi fans che, semplicemente, si rifiutarono di ascoltarlo, contestato e beffeggiato ai concerti. “ Gesù ama le tue vecchie canzoni” recitava un cartello famoso portato da un fan deluso a un suo concerto.

Eppure. Slow Train  e Saved sono grandi album di musica nera, e Shot of love, il terzo volume della trilogia cristiana, pur essendo piuttosto discontinuo, è comunque un bel disco, con quell’elegia laica dolente e dolcissima dedicata a Lenny Bruce, irriverente fustigatore dell’ipocrisia americana che anche il Dylan “rinato” non poteva non sentire come un fratello e la criminale esclusione di Caribbean wind, uno dei tanti capolavori che il nostro ha l’abitudine di escludere dai dischi ufficiali.

Il ricco cofanetto uscito in questi giorni, Trouble no more, 8 cd e un dvd, fa finalmente giustizia e ci restituisce sotto una nuova luce quanto avvenne in quel periodo.

Il packaging è ricco ed elegante, ma austero, come si conviene al contenuto, la musica è semplicemente eccezionale. A testimoniarlo, le otto versioni di Slow, il potente pezzo di apertura dei concerti, contenute nei vari cd, a testimoniare di un work in progress ossessivo, una volta tanto teso a migliorare quanto già dall’ascolto del primo cd sembrava perfetto.

Nel primo disco abbiamo una serie di registrazioni dal vivo tratte da concerti diversi, tuttavia non se ne ha la percezione. il gruppo che accompagna il menestrello di Duluth è una macchina da guerra perfetta che non sbaglia un colpo: la sezione ritmica, formata da Tim Drummond e Jim Keltner, è implacabile, le tastiere di Spooner Oldham e Terry Young non sono mai invadenti e regalano uno sfondo elegante e misurato alle canzoni, la chitarra di Fred Tackett  si apre in assoli misurati e puntuali come piacciono al leader e il coro di sottofondo, contestatissimo ai tempi, non è mai fastidioso ma si incastra perfettamente nelle armonie vocali di Dylan. 

Dylan canta con il fervore del convertito, misurato come mai è stato e sarà in futuro  ma senza lesinare il cuore e l’anima. D’altronde, i tre dischi citati sopra, sono il diario in pubblico, impudico e sincero, di un uomo che correva verso il baratro dove erano scivolati tanti amici e colleghi ed è riuscito a fermarsi in tempo per un simple twist of fate, una discontinuità del destino che gli ha fatto incontrare Dio al momento giusto. Le esibizioni dal vivo sono energia pura, misurata ma lasciata fluire liberamente . raramente Dylan sarà, anche in futuro, tutt’uno col gruppo che lo accompagna, mai più si metterà così totalmente al servizio della sua musica.

Ancora pezzi live nel secondo disco, dove spicca una Every grain of sand che fa venire i lucciconi ed è più che sufficiente a giustificare il premio Nobel al Nostro, anche per i suoi più accaniti detrattori.

Il terzo e il quarto disco sono ricchi di outtakes, ancora Slow train, Gotta serve Somebody, Every grain of sand, Caribbean wind in versioni diverse da quelle conosciute, tutte notevoli, ed alcuni inediti che nulla aggiungono e nulla tolgono a un prodotto che vale il suo prezzo anche escludendo i due concerti dal vivo completi che occupano altri quattro cd e il dvd con il film musicale presentato recentemente al festival di Roma.

In particolare, i due cd che contengono l’intero concerto del 27 Giugno 1981 a Londra, hanno un’importanza “storica”, perché quello è il momento in cui Dylan sia riappropria delle sue vecchie canzoni e riprende a percorrere la sua strada, senza mai abbandonare la tensione spirituale, facendo tirare un grosso respiro di sollievo a gran parte dei suoi fans.

Quello che risulta dall’ascolto di  materiale così ricco, è che Dylan faceva grande musica, spesso grandissima, senza tradire quanto fatto fino a quel momento: la dimensione spirituale e mistica, un certo tono apocalittico, le citazioni bibliche, erano sempre stati presenti nei suoi testi. Canzoni come Blowin’ in the wind, Times they are a changin, Chimes of freedom, ecc., contengono al loro interno quel misticismo che avrebbe portato alla trilogia mistica. 

Tuttavia le canzoni di quel periodo non possono essere disgiunte dalla musica che Dylan stava facendo: nera, sanguigna, viva e pulsante. Ogni disco va ascoltato al di là delle parole, entrando in sintonia con la passione e la forza di ogni canzone.

Ci sono forti indizi che candidano questo cofanetto al titolo di migliore uscita delle bootleg series, per la sua compattezza, la ricchezza del materiale presente, la qualità straordinaria   delle registrazioni, il livello altissimo delle canzoni..

In un periodo in cui si scopre con stupore sospetto che Hollywood è un covo di corruzione e uomini potenti abusano delle loro posizione con giovani donne che cercano un’occasione per emergere, tutto sommato ascoltare questo Dylan in missione per conto di Dio  può riservare piacevolissime sorprese e il suo messaggio può apparire forse meno reazionario e  gretto di quanto parve fosse ai ragazzi di allora.

Buon ascolto.

https://www.youtube.com/watch?v=lhJaENjDEME

Categorie:Arte e spettacolo

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