A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Le fiction sulla mafia sono dannose?


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Le critiche di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro in prima linea nella lotta contro la ‘ndrangheta, riguardo l’opportunità di produrre fiction sulle mafie, non sono nuove. Poco tempo fa, ho avuto l’opportunità di assistere a un incontro con Enzo Monteleone, sceneggiatore di molti film di Salvatores e de Il capo dei capi, fiction che raccontava la vita di Totò Riina. In quell’occasione, molti colleghi presenti che venivano dal sud, criticarono in modo piuttosto energico il regista accusandolo di  creare stereotipi, di fare in qualche modo un’apologia della mafia, di creare dei modelli che i ragazzi poi imitavano a scuola e per la strada.

Si parlava di una fiction classica, con una chiara contrapposizione tra il bene e il male, anche se lo sguardo del regista indugiava più sulle vicissitudini di Riina e co. che su quelle dell’antimafia. Oggi invece, fiction come Gomorra propongono una visione dall’interno, senza contrapposizione, con la giustificazione di voler descrivere un mondo unidimensionale dal punto di vista dei valori, dove la contrapposizione non esiste.

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Il discorso è serio e complesso: capoalvori come Il padrino e Scarface, indiscutibili dal punto di vista del prodotto filmico, hanno creato invece stereotipi potenti, che hanno indotto a una visione edulcorata della mafia che, per certi versi, è ancora diffusa. Parlo ad esempio dell’insensata opinione che la “vecchia” mafia avesse uno spiccato senso dell’onore e non toccasse donne e bambini. I mafiosi non hanno onore e uccidono indiscriminatamente chi ritengono utile uccidere da sempre, basta leggere il triste elenco di più di novecento vittime di mafia, dalla fine dell’ottocento a oggi. Non va quindi sottovalutato il potere delle immagini di creare modelli difficili da scalfire.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che si tratta di prodotti commerciali, il cui scopo è vendere, non educare alla cittadinanza. Sono prodotti di livello elevato, piuttosto avvincenti e con sceneggiature interessanti, rivolti a un pubblico prevalentemente giovanile, con attori che incontrano i gusti dei giovani di oggi, nel modo di vestire, nel modo di pensare, sfruttando con abilità i lati oscuri della coscienza di ogni adolescente (la rivolta contro i padri, contro la società, il desiderio di volere tutto e subito, di bruciare in fretta, ecc.). In questo senso, svolgono ottimamente il compito per cui sono stati creati: fare soldi, arrivare a un pubblico che sia il più ampio possibile.

Certo, il messaggio, la visione che propongono è discutibile:  se una ragazzina di tredici anni vedendo che ho in borsa il dvd di Gomorra ( mi serve per un corso di formazione su come affrontare il problerma mafia a scuola, io non amo quella fiction) mi dice: “Ma come prof! Lei è contro la mafia e vede Gomorra’?” E’ evidente che la fiction lancia un certo messaggio, forse suo malgrado, ed è compito mio e dei miei colleghi destrutturarlo e limitarne i danni.

E’ indubbio che queste serie suscitino una certo senso di disagio, a volte di repulsione in cui è più maturo e conosce la realtà delle cose, e possano suscitare  emulazione o simpatia in chi non ha sufficienti cognizioni storiche per comprendere cosa sta vedendo. Ma è colpa della fiction? E non trasmettendo quelle fiction davvero aiutiamo io ragazzi? Ed è solito compito della scuola fornire strumenti adeguati per contrastare eventuali messaggi nocivi?

Da insegnante, la mia risposta è no. Il problema è che i ragazzi di quell’età non dovrebbero guardare quel tipo di programmi senza i genitori, senza qualcuno che possa dargli la chiave di decifrazione di quelle immagini a volte terribili. Il problema è che se anche non trasmettessimo le fiction, i ragazzi, in certe zone del paese, toccherebbero con mano sia l’assenza dello Stato sia la presenza in carne e ossa della mafia, della Camorra e della ‘ndrangheta. Il problema è culturale ed educativo, riguarda famiglie che sostituiscono la baby sitter con la televisione e non si curano  di quello che i ragazzi possono assorbire vedendo certi programmi, giocando concerti videogiochi o frequentando certe compagnie, il problema è di un dialogo all’interno delle famiglie spesso assente o, nella migliore delle ipotesi, latitante.

Le mafie sono prima di tutto un fenomeno culturale, una forma mentis diffusa a tutti i livelli. ogni volta che qualcuno occupa un posto non suo, che sia quello sull’autobus salendo dalla porta dove si scende, un posto di lavoro ottenuto grazie a una raccomandazione, il passaggio di un’esame tramite una transazione sessuale, ogni volte che consideriamo l’evadere le tasse, cioè un danno alla collettività per il guadagno di pochi, un peccato veniale, ogni volta che accettiamo che pregiudicati parlino di altri pregiudicati in termini favorevoli in prima serata, senza indignarci, rassegnandoci al fatto che non ci si può fare nulla, siamo vittime e collusi della cultura mafiosa, di chi prevarica il prossimo per perseguire il proprio tornaconto personale, incurante delle conseguenze.

Sebbene possa essere d’accordo con il dott. Gratteri che una visione più manichea su prodotti che trattano questi argomenti sarebbe forse opportuna, tuttavia non credo che questo paese abbia bisogno di censura: questo paese ha bisogno di un’informazione seria, di cultura, di onestà e pulizia a livello politico, per avviare quella rivoluzione culturale che porterà alla inevitabile sconfitta delle mafie.

Nessuno diventa mafioso per aver visto una fiction, casomai, bisogna estirpare alla radice i motivi per cui uno diventa mafioso: la mancanza di prospettive, l’assenza di una visione di vita diversa, la latitanza dello Stato, la disuguagliuanza  e l’ingiustizia diffuse, la corruzione impunita.

Comprendo la preoccupazione del dott. Gratteri, la sua richiesta di un maggior senso di responsabilità ma è assurdo chiederlo alla televisione, lo strumento di distrazione di massa che più di tanti altri ha influenzato la politica e la non cultura italiana negli ultimi anni, che ha contribuito in modo determinante a un imbarbarimento progressivo i cui frutti vediamo ogni giorno. E’ come chiedere al ladro di far beneficienza.

Categorie:Arte e spettacolo, Attualità

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