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L’arresto Mariangela Trapani, moglie del boss Madonia, l’assassino di Libero Grassi, fedelissimo a Riina, accusata di fare da tramite tra il carcere e gli uomini del suo mandamento per continuare gli affari di famiglia e riorganizzare la cupola di Cosa nostra,ora che il capo dei capi e morto, fa seguito all’arresto di Patrizia Messina Denaro nel 2015, accusata di gestire la latitanza del fratello e gli affari di famiglia.

Sono donne di mafia, spesso figlie di mafiosi, fedeli al credo familiare, perfettamente integrate nel microcosmo mafioso, obbedienti alle sue leggi e alla sua distorta idea di giustizia, emancipate al punto da prendere le redini di famiglia e continuare a portare avanti la ditta.

Non so, sinceramente, se è più preoccupante questa nuova leva di mafiose o il fatto che nel centro di Palermo, negozianti, piccole imprese, ristoranti, ecc., pagassero il pizzo a quegli stessi uomini che avevano ucciso senza pietà chi contro il pizzo si era schierato pubblicamente.

E’ la registrazione di un doppio fallimento: dello Stato in prima battuta, dell’antimafia civile, che a Palermo tanto ha fatto per cambiare le cose, in seconda battuta. L’ennesima riprova che a oggi, l’unica istituzione in grado di porre un freno all’espansione mafiosa è la magistratura. Siamo ancora ben lontani dal quel rifiuto culturale e sociale della mafia che rappresenterebbe il primo,necessario segnale reale di sconfitta. Le parole e lo sventolar bandiere non basta più.

Questi arresti sono anche una risposta alle voci che chiedevano di archiviare il capitolo mafia, addirittura eliminando il 41 bis. Cosa nostra è ancora viva, forse ridimensionata, ma comunque in grado di mobilizzare ingenti quantità di denaro e quindi di corrompere, minacciare, estorcere e fare affari con le altre organizzazioni.

Il fatto che a guidarla, arrestati i principali protagonisti della stagione di sangue dei corleonesi, siano le loro donne non è solo un questione di continuità ma di una cultura che non è mai stata neanche scalfita dai colpi inflitti dalle forze dell’ordine. Finché verranno arrestati i mafiosi e non quelli a cui i mafiosi servono, finché non verrà cancellata la zona grigia, quella che, per esempio, permette a Messina Denaro di essere latitante da trentacinque anni, avete idea di quanto denaro e che rete di protezione serva?, parlare di sconfitta della mafia è semplicemente assurdo.

Aggiungiamo a questo il fatto che Cosa Nostra rappresenta oggi l’anello debole della catena, la Camorra quello intermedio e la ‘ndrangheta quello forte.

La notizia che a guidare la mafia siano oggi donne è tanto più dolorosa se si considera quante donne coraggiose si siano ribellate a quella cultura: dalla madre di Placido Rizzotto a Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, da Lea Garofalo e sua figlia Dènise, alla povera Rita Atria, è lunga la lista di madri, mogli, figlie, sorelle, che hanno avuto il coraggio di opporsi al sistema mafioso, di chiedere a gran voce giustizia, di credere con forza nella giustizia.

Non sono riuscite, evidentemente, a fare sistema, a diventare esempi da seguire, a spingere altre come loro a infrangere il tabù del silenzio e aprire un squarcio su quel mondo.

Una donna capo mafia è qualcosa che spaventa, che rimanda a un mondo arcaico dove domina l’inversione delle regole. La spietatezza, la violenza, il ricatto, la crudeltà, sono caratteristiche tipicamente maschili e di questo particolare tipo di emancipazione femminile, angosciante e deprimente, avremmo volentieri fatto a meno.

Ma questo dimostra quanto quel mondo sia ancora chiuso, vivo e vegeto, autoreferenziale, vero mondo nel mondo dove vengono sovvertite le più elementari basi della vita sociale e dei rapporti tra gli uomini.

Non è con gioia che ho letto degli arresti di oggi ma con preoccupazione: come una lucertola, la mafia sembra in grado di rigenerare le sue parti, magati sostituendole, come un moderno creatore di mostri, con parti nuove, appartenenti ad altri corpi.

Quanto allo schiacciare la testa a questo rettile, ne siamo, purtroppo ancora lontani, nonostante il silenzio dei media e gli occasionali e più o meno sospetti, tentativi di normalizzazione.

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