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bes e Dsa: dietro le sigle ci sono ragazzi in difficoltà


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Ogni qualvolta si è in procinto di firmare un nuovo contratto, cosa che non accade ormai da ben otto anni, sui giornali e sui siti specializzati parte una sottile, ineffabile campagna di denigrazione verso gli insegnanti.

L’ultima riguarda la discussione su Bes e Dsa., acronimi dietro cui si nascondono i ragazzi con bisogni educativi speciali, cioè tutti quelli che avrebbero bisogno di un aiuto che non gli è concesso dallo Stato ma che viene delegato agli insegnanti e i ragazzi con dislessia, idem come sopra.

La più esilarante delle tante idiozie lette in rete viene, naturalmente, da uno psicologo che ha affermato che per scaricarsi la responsabilità del loro fallimento scolastico gli insegnanti utilizzano questi acronimi con quanti più studenti possibile.

Ovviamente lo psicologo non sa, ma molti psicologi, compreso il tanto lodato Recalcati, in realtà di scuola nulla sanno, che  il carico di lavoro per un insegnante, quando si occupa di bes e Dsa in realtà aumenta.  programmare interrogazioni mirate, compilare mappe concettuali, compiti scritti differenziati, etc. non è esattamente un modo piacevole e rilassante di passare il tempo.

Se le dichiarazioni sono aumentate è perché lo Stato concede l’insegnante di sostegno con il contagocce, sottoponendo i genitori del ragazzo in difficoltà a un iter piuttosto umiliante che molti non sono in condizione o, semplicemente, si rifiutano di fare.

Quanto alla proposta di eliminare gli acronimi e dare libertà agli insegnanti di usare gli strumenti didattici che vogliono, altra proposta delirante proveniente da un altro psicologo insipiente, questa libertà esiste da sempre e si chiama libertà d’insegnamento.

La verità è che la favola raccontata agli italiani negli ultimi due decenni riguardo alla scuola, non contempla ragazzi in difficoltà ma solo insegnanti incapaci di motivarli e sviluppare le loro competenze. La ricaduta sociale di questa narrazione del tutto fuori luogo la vedremo tra qualche anno e non sarà piacevole.

Il problema della scuola, in Italia, è un problema politico e culturale. Politico perché da troppi anni le riforme sono strumento di macelleria sociale e l’interesse reale dello Stato italiano nei riguardi di una scuola moderna che funzioni e che garantisca a tutti un livello di istruzione adeguato è pari a zero.

Culturale perché l’italiano medio concepisce la scuola dell’obbligo come una spiacevole incombenza a cui ottemperare in attesa che il figlio si riveli un talento sportivo o la figlia una starlette televisiva. Sto generalizzando, ovviamente, ma meno di quanto si creda e gli insegnanti sono considerati una casta privilegiata di semi nullafacenti a cui chiunque, soprattutto gli psicologi, può insegnare il mestiere.

Nessuno considera la scuola come una istituzione strategica e fondamentale per il futuro del paese, come accade nel resto del mondo.

Così chiunque si ritiene in grado di pontificare su ciò che non conosce, sulla base di reminiscenze scolastiche personali e di chiacchiere da autobus. Perché anche la psicologia, all’estero, è cosa seria e chi pontifica sulla scuola tra i banchi c’è stato.

La polemica su Bes e Dsa è particolarmente sgradevole perché sulla pelle di quei ragazzi cui basterebbe davvero poco, a volte, per arrivare a buoni livelli di rendimento ma che si portano dietro problemi spesso irrisolvibili che un insegnante che deve occuparsi anche degli altri, senza alcun supporto, non può risolvere.

Avere cinque, sei ragazzi  Bes o Dsa in una classe, tenuto conto che spesso i Bes sono quei ragazzi definiti “caratteriali”, eufemismo per problematici, che una volta godevano del sostegno e a cui oggi non possono accedere, senza alcun insegnante di supporto, rende il lavoro quotidiano molto più pesante, e talvolta ai limiti della sostenibilità.  Oltre all’organico potenziato, che è stato il benvenuto anche se non viene sempre usato come dovrebbe, sarebbe stato opportuno definire un organico rafforzato di sostegno, ipotesi di pura fantascienza nella scuola italiana di oggi. Ma i ragazzi non sono sigle e dietro quegli acronimi c’è un mondo che è meglio nascondere, perchè rovina la favola.

Siamo noi insegnanti a sentir pesare sulle spalle la frustrazione di un fallimento didattico, a chiederci se avremmo potuto fare di più, se c’erano strategie diverse, a maledire quel po’ di aiuto che non è arrivato e che sarebbe stato sufficiente a cambiare una situazione, a dare una possibilità e una prospettiva diversa a quel ragazzo.

Personalmente, i miei fallimenti li ricordo tutti, hanno nome e cognome, e l’unica cosa che mi solleva da quel peso è sentirmi chiamare per strada e scoprire che, in qualche modo, quei ragazzi hanno trovato una strada e non ce l’hanno con me, anzi, mi salutano con piacere, consapevoli di quello hai provato a fare per loro. Credo che molti miei colleghi condividano queste mie parole.

Sarebbe opportuno che a parlare di scuola fosse chi la scuola la vive dall’interno, ogni giorno e ne conosce la realtà e le difficoltà

Agli psicologi ed esperti vari, non posso che ricordare le parole di Brecht che tutti i ragazzi delle mie classi conoscono: “Ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”.

Categorie:La scuola

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