Castello_Raggio_di_Genova_-_Cornigliano

Assegno un tema ai miei alunni di prima media: immaginate di essere il sindaco della città, cosa fareste per il vostro quartiere?

Gli svolgimenti sono tutti piuttosto simili, tolti quelli dei più piccoli che  vorrebbero un grande falò delle scuole e giganteschi luna park, la maggior parte dei ragazzini e delle ragazzine vorrebbe un quartiere più pulito,  meno traffico, più posti dove mangiare, il ripristino delle poche aree verde degradate.  Tutto sommato, un’agenda ragionevole per una giunta comunale che volesse tornare a guardare alle periferie con occhio diverso. Non per quella attuale.

Due cose mi colpiscono, una in negativo, l’altra mi tocca il cuore.  Quella negativa è che tutti vorrebbero un nuovo centro commerciale e che ragazzini di quell’età siano già totalmente affascinati da quei santuari del consumismo, soggiogati da sogni preconfezionati e venduti  a prezzi scontati, lo trovo molto triste e la dice lunga sui punti di riferimento dei ragazzi ( e delle loro famiglie) oggi.

La cosa che mi ha toccato il cuore è che tutti vorrebbero che venissero abbattute le ultime vestigia dell’Ilva e  Cornigliano, il loro quartiere, tornasse a sorridere al mare, quel mare che le è stato tolto quando si è deciso di installare l’acciaieria.

Trovo che questo desiderio infantile contenga un po’ di quella poesia che solo i ragazzi oggi sembrano possedere: dateci il verde, le pizzerie, pulite le strade, ma, soprattutto, ridateci il mare. Quel mare che significa spazio aperto, una possibilità permanente di fuga, forse solo immaginata ma presente, quel mare che per tanti abitanti del quartiere che parlano lingue musicali che suonano strane alle nostre orecchie, ha significato libertà e riscatto.

Nessuna sogna una biblioteca, un posto dove studiare o poter viaggiare nel mondo navigando in Internet, ma tutti vorrebbero una scuola superiore nel quartiere, forse consapevoli del penoso stato in cui versano i servizi pubblici cittadini, forse timorosi nei riguardi di quella città così vicina e così lontana, che vivono come aliena, come altro da sé.  Uscire dal quartiere è come lasciare il nido: fa paura.

Vorrebbero incontrare anche gente più serena, sorridente, soprattutto vorrebbero incontrare anziani meno tristi, persone meno arrabbiate e rancorose, meno diffidenti.

Sono sogni di periferia, sogni ingenui di piccoli esseri non ancora bambini e non più adolescenti, vie di mezzo, insomma, come una via di mezzo è il quartiere in cui vivono, non del tutto non luogo, non del tutto  spazio concluso e autosufficiente. Come  una  via  di mezzo è la mia scuola, il lavoro mio e dei colleghi, che non si riduce più a insegnare ma ad ascoltare, a capire, a dare conforto, spesso a sopportare una burocrazia impietosa e indifferente e burocrati altrettanto indifferenti.

In media res stat virtus, dicevano gli antichi e accontentiamoci di questo, nella speranza che prima o poi, qualcosa cambi anche per le periferie, dove il tempo è sempre lo stesso, fermo e impassibile, un non tempo che si trascina tra un programma spazzatura alla tv e un salto al centro commerciale.

Che bello,  però, sarebbe rivedere il mare a Cornigliano!

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