A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Non sono come te, quindi sono


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Il problema non sta nella sindaca del varesotto che profana la giornata della memoria con un post idiota e omofobo, casomai sta in quelli che l’hanno eletta.

Il problema non è Salvini e le assurdità che vomita quotidianamente, il problema sono quelli ( troppi) che gli stanno dietro, che gli regalano un consenso non oceanico ma comunque consistente.

Il problema del razzismo e dell’intolleranza, che in Italia esiste ed è in utile negarlo o consolarsi col fatto che la maggioranza degli italiani non è razzista, assunto tutto da dimostrare, sta nel fatto che da anni vengono proposti alla gente modelli raggiungibili di bellezza, successo, potere come se fossero alla portata di tutti.

Quando il successo non è più realizzazione del sé, una famiglia, un lavoro gratificante, una cerchia di amici e rapporti sociali, ma si traduce in accumulo di denaro, di fama, di visibilità mediatica, genera indubbiamente frustrazione in chi deve accontentarsi e non sa più farlo perché continuano a dirgli che  vivere normalmente, invecchiare normalmente, lavorare normalmente, non è in, non è qualcosa a cui, nel mondo di oggi, si possa aspirare.

Nasce allora un meccanismo di identificazione negativo: di fronte all’angoscia che genera il non essere ricco, famoso, ecc,, si reagisce col trovare in altri non essere  una conferma della propria identità, un modo per sentirsi diverso da chi ha ancora meno e sentirsi uguale agli altri, quelli che sono come noi.

Ecco allora che non essere neri, non essere gay, non essere migranti, ecc., diventa il primo passo per recuperare la propria identità messa in crisi dal pensiero comune, il secondo passo è quello di attribuire alle categorie vittimarie le colpe del mancato successo: invece di muoversi, rimboccarsi le maniche e cercare di risolvere i problemi, diventa molto più semplice gridare, manifestare, aggredire chi è diverso da noi, per sentire un noi a cui si appartiene. Questo paese ha già conosciuto una guerra civile, un riconoscersi come noi solo negando l’altro, portando all’esasperazione il processo che ho descritto.

E’ questo il meccanismo con cui Casapound e miserabili affini raccolgono consensi tra le fasce più disagiate della popolazione, ma è anche il meccanismo per cui migliaia di ragazzi, ogni domenica, non vedono l’ora di menare le mani allo stadio. La violenza è il terzo, inevitabile passo.

Come si può fermare questa logica perversa? Con una rivoluzione culturale,  che l’attuale storytelling della politica rende del tutto improbabile: non perché siano tutti uguali, qualche lievissima differenza c’è ancora, nonostante tutto, ma perché sono tutti privi di cultura nel senso più ampio del termine, cultura che contempla principi, valori morali non solo di facciata, valori etici. Con le dovute eccezioni, certo, ma che non contemplano politici di primo piano.

Non è un caso se le migliori fiction italiane parlano proprio di questo, concentrandosi in particolare sullo stadio della violenza e descrivendolo molto bene in tutto il suo squallore e la sua assurdità.

Viviamo in un mondo assurdo, dove un pregiudicato fa campagna elettorale e ci scaglia con odio contro dei poveracci che non chiedono altro che sopravvivere, un mondo assurdo dove per risolvere un problema basta non vederlo, non raccontarlo e renderlo, quindi, inesistente.

La politica, per chiunque ci si schieri, e il panorama italiano è, a usare un eufemismo, una terra desolata, non ha risposte perché non si pone le domande e il problema è che nella tanto evocata società civile, spesso si ripetono in piccolo le stesse dinamiche della politica, gli stessi giochi di potere, le stesse meschine vendette.

Quindi come cambiare questa situazione, come spingere chi lo guida a traghettare questo paese lontano da derive pericolose?

Il lavoro ben fatto, quotidiano, incessante, incalzante, il lavoro ben fatto da parte di ognuno  nel proprio ambito, con le proprie capacità, il lavoro ben fatto per orgoglio e dignità, non per diventare qualcuno ma per essere qualcuno. Un’altra strada non la vedo.

Categorie:Attualità

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