A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

L’analfabetismo sociologico dei nuovi potenti


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Le manifestazioni di ieri, quelle di destra e quelle di sinistra, sono mera illusione, parate organizzate allo scopo di mostrare i muscoli prima della tornata elettorale.

Una sinistra improvvisamente unita sui valori dell’antifascismo , dopo le coltellate che si sono scambiati per anni, fa semplicemente ridere e comunque bisognerebbe accordarsi su cosa intendiamo per fascismo.

Non è fascista l’antisindacalismo di Renzi e l’imposizione di una riforma scolastica che mirava a trasformare gli insegnanti in subordinati taciti di fronte all’autorità di un dirigente che poteva decidere, in base a criteri arbitrari, la permanenza degli stessi nel suo Istituto? Non è gentiliana, quindi fascista, la visione di una scuola meritocratica, dei migliori, dove chi resta indietro viene avviato ai lavori manuali e di basso livello? Non è fascista una riforma del lavoro che permette alle aziende di trattare i lavoratori come schiavi salariati, di assumere e licenziare a piacimento, facendo tornare in voga l’antico ricatto sul lavoro dei padroni? Non è fascista la legge sul decoro dei centri urbani di Minniti? Non è fascista l’accordo con la Libia sui profughi che condanna alla tortura e alla morte migliaia di persone nelle carceri libiche? Non abbiamo sdegnati protestato tutti, anche quelli che erano in piazza ieri, contro la riforma costituzionale di Renzi tacciandola di svolta autoritaria?

Certo è fascista anche Salvini, la Meloni, CasaPound e compagnia, ma quello è un fascismo palese, evidente: ci sono strumenti legali per combatterlo e, quando la polizia la finirà di menare le mani solo con i radicali di sinistra, anche strumenti repressivi.

Il fascismo contro e a favore del quale la gente ieri è scesa in piazza, non è il problema di questo paese ma solo la manifestazione dell’analfabetismo sociologico, dell’incapacità di leggere la società da parte del potere che oggi ci governa.

Il problema di questo paese è una generazione di  giovani senza ideali, senza prospettive e senza futuro, che anzi, ha cancellato la parola futuro dal proprio vocabolario e vive il momento, in giornate sempre uguali e sempre vuote, dove il tempo scorre infinitamente più lento, dove il tempo non esiste, in quartieri che sono luoghi altrettanto inesistenti. 

La porzione più scolarizzata di questi giovani, quella appena appena toccata da un’ideologia che non gli appartiene, perché di un tempo che non è il loro tempo, se la prende con i vecchi, i garantiti, che gli ruberebbero il futuro per garantirsi la vecchiaia, dimenticando che quei vecchi hanno lottato anche e soprattutto per loro che se hanno studiato e sono arrivati ad articolare una visione della società demenziale, ma comunque una visione, lo devono proprio ai vecchi e non alla loro intrinseca genialità.

La porzione più disagiata, semplicemente non ha una visione di società, è autoreferenziale, o legata apparentemente a un gruppo di pari più simile a monadi comunicanti che a un’idea di condivisione di una visione comune. Il gruppo dei pari ha il compito di confermare il proprio punto di vista, di dare l’illusione di essere meno disperatamente soli, di sentirsi parte di qualcosa.  Quando la frustrazione sale, si scatena contro le categorie vittimarie di sempre, è la logica del capro espiatorio descritta da Girard su cui non mi soffermo.

A monte, va considerata anche la dissoluzione della famiglia nucleare, l’immaturità genitoriale sempre più diffusa che si trasforma in indifferenza, a volte, quando il figlio non risponde ai desideri del padre o della madre, generando un conflitto che aumenta ulteriormente il livello di frustrazione.

Una scuola che non sa più rispondere alle esigenze del tempo, che spesso è situata fuori dal tempo, ben chiusa nella sua torre d’avorio, come i licei, una scuola che non sperimenta più e non guarda più fuori da sè per capire cosa è bene che entri e cosa è bene che non entri tra le mura scolastiche, una scuola che non è più politica in senso alto, ma istituzione svalorizzata e delegittimata da quello stesso potere che dovrebbe sostenerla, una scuola che dovrebbe puntare sulla socializzazione, sulla condivisione, sul muto supporto e che invece viene orientata verso una meritocrazia insulsa e vuota, completa questo quadro desolante.

Ad aggravare la situazione un numero rilevante di persone di mezz’età licenziate, che all’improvviso, restano prive di lavoro e devono ricominciare da capo in un mondo complesso, che non permette più di ricominciare da capo.

Tutto questo genera rabbia, una rabbia che si manifesta in vari modi di cui l’inesistente revanchismo fascista è solo un aspetto, non il più rilevante ma il più comodo da contrastare pubblicamente, ammorbando l’aria di retorica stantia e frasi fatti.

In questo momento non provo alcuna sintonia con quelle parti dell’associazionismo di sinistra che marciano fianco a fianco con quello stesso potere che è concausa del declino della nostra società. Trovo contraddittorio manifestare contro un sintomo minore accanto a chi è causa del male maggiore.

Questa cecità diffusa, questa incapacità di leggere cosa ci sta accadendo, e quindi approntare i correttivi necessari, che non possono non estrinsecarsi in una rilettura del welfare, in un nuova stagione di dialogo con i sindacati su basi paritarie e non convocando le parti per relazionare loro quanto è stato fatto, su una radicale revisione delle politiche del lavoro, su un dibattito pubblico di alto livello sul problema della diffusione delle droghe, su una riforma del reclutamento delle forze dell’ordine, su una riforma della scuola condivisa con chi la scuola la fa ogni giorno, su una progressiva ristrutturazione e riscrittura delle periferie, rischia di portarci a una conflittualità sociale inedita, mai affrontata prima e, per questo, pericolosissima.

La rabbia sociale degli anni settanta che portò al terrorismo rosso e nero, conteneva barlumi di ideologia, obiettivi, un’idea di società. La rabbia odierna è rabbia cieca, nichilista e senza altro scopo che non sia il caos.

Non vedo, onestamente una forza politica capace di raccontare l’Italia di oggi per quello che è, proponendo un cambio di marcia deciso. D’altronde se anche ci fosse, non verrebbe ascoltata e non otterrebbe consenso.

Categorie:Attualità

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