A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Santuario, di William Faulkner


I

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Inauguro, con  un classico di Faulkner, la sezione del blog dedicata alle recensioni.  Parlare del presente  incita a usare toni e argomenti che non gradisco, preferisco che a farlo siano le opere di chi ha saputo guardare lontano, purtroppo senza sbagliarsi.

Il noir, per definizione, necessita di una redenzione,all’annientamento del male deve far da contraltare un riscatto morale che ristabilisce l’ordine naturale delle cose. Non c’è nulla di tutto questo in Santuario, un libro dove “la tragedia greca irrompe nel noir”, come ebbe a dire Malraux.

Non c’è redenzione nè speranza in questo libro che è un cupo canto di morte dove anche gli intermezzi lirici vengono spezzati dall’azione e la natura è più simile alla cupa matrigna leopardiana, quasi che l’ambiente della cotton belt, la zona del sud degli Stati Uniti dove è ambientato il libro e dove Faulkner ha vissuto per quasi tutta la sua vita, fosse malato, avvelenato dall’odio e dalla meschinità che  designano i suoi abitanti.

Non ci sono personaggi positivi in questo libro: nè l’ingenua lolita Temple Drake, non più bambina e non ancora donna, vittima di un osceno oltraggio che avvia la catena di morte e complice dell’omicidio rituale di un innocente,  nè  l’avvocato Horace Bembow , succube dell’odiosissima sorella Narcissa, simbolo della borghesia razzista e ipocrita del borgo dal nome impronunciabile in cui si svolgono i fatti, non sono innocenti i politici, corrotti e immersi in torbidi affari, nè quelli che sono delegati ad amministrare una giustizia che non prevede la ricerca della verità ma solo la resa alla pancia della folla. Non è innocente di sicuro Popeye, emblema del male assoluto, gratuito, insensato e senza spiegazione.

Lo stile è nervoso, teso, il libro è ricco di azione, di salti temporali in avanti e indietro, una sfida continua per il lettore che si trova immerso in un labirinto di cui non riesce a intravvedere la fine e che lascia presto senza fiato.  C’è dentro la disperata e morbosa indolenza di Tennessee Williams, il pulp di Tarantino, la disperazione di Cèline, la condanna di una società sempre più violenta, perbenista, ipocrita.  Santuario  è un canto funebre per la scomparsa della pietà.

Su tutto e su tutti, come in ogni tragedia che si rispetti, domina il Fato, un destino crudele attivato dalla malvagità propria degli uomini e della natura che si abbatte spietato e cieco come un maglio che tutto schiaccia senza distinzione. La descrizione potentissima dell’incendio equivale al lancio di una maledizione dove a bruciare non sono gli innocenti ma  chi appicca il rogo e applaude all’olocausto.  La religione è faccenda per wasp e non contempla pietà, comprensione, apertura verso chi soffre ma solo ipocrisia e tutela di un decoro vuoto e di facciata.

C’è molto dell’America ipocrita, razzista e primitiva che ha portato al potere un uomo ipocrita, razzista e primitivo come Donald Trump ma c’è molto anche di noi, di questo nostro tempo dove basta un soffio ad accendere un rogo e  in cui colpevoli e innocenti sono solo due facce della stessa, consunta medaglia e la giustizia un lancio nel vuoto.

Il grottesco epilogo finale non ristabilisce nessun equilibrio, non punisce alcune hybris, è solo il risultato della geometria spietata e imperscrutabile che fa sì che il postino suoni sempre due volte.

Categorie:Recensioni Libri

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