A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Perché uno degli assassini di Graziella Campagna era libero?


Graziella_Campagna (1)

La notizia è di ieri e la si può leggere in rete, non sui quotidiani nazionali  che, evidentemente, non hanno ritenuto degno di nota il fatto che un mafioso condannato per due omicidi fosse in libertà  e fosse implicato un traffico di droga nel bar che gestiva insieme al fratello.

Giovanni Sutera, insieme a Gerlando Alberti jr.,  freddò con cinque colpi di lupara, la sera del 12 Dicembre 1985, Graziella Campagna, di diciassette anni, colpevole solo di aver trovato una carta d’identità in una giacca lasciata da uno dei pregiudicati  nella lavanderia dove lavorava.

Solo grazie alla tenacia e all’ostinazione di Pietro Campagna, il fratello carabiniere di Graziella, si giunse a smascherare una lunga catena di depistaggi e corruzione, arrivando, nel 2009, alla sentenza di Cassazione che confermava l’ergastolo ai due imputati.

Premetto che questo non è un articolo obiettivo, equilibrato: conosco Pietro Campagna fin da ragazzo e posso solo immaginare quanto questa notizia abbia riaperto una ferita che non si è mai chiusa, riportandolo con la memoria a quel tragico Dicembre.

Scrivo dunque mosso dallo sdegno, dalla rabbia, con ancora nelle orecchie le parole pronunciate da Barbara Balzarani pochi giorni fa.

Non esiste chi fa di mestiere il parente delle vittime, come ha sfrontatamente affermato la terrorista assassina senza che nessuno degli uditori avesse nulla da obiettare, esiste invece chi, come il mio amico Pietro ieri, è costretto a non dimenticare mai di essere parente di una vittima, perché cronache di quotidiana ingiustizia non mancano di ricordarglielo.

Ad aggiungere amarezza è il fatto che pochi giorni fa, il 21 Marzo, si è tenuta la giornata della memoria delle vittime innocenti di mafia organizzata da Libera che vede la famiglia Campagna sempre in prima fila tra i parenti delle vittime, come incessante è l’attività di Pietro nel fare memoria, parlando con i giovani, spiegando le spietate logiche mafiose perché quello che è accaduto a Graziella non accada mai più.

A me non interessano gli artifici legislativi che hanno permesso a un assassino di tornare in libertà a  delinquere, credo che le leggi non debbano prevedere automatismi ma vadano interpretate anche sotto il profilo etico e morale e, sotto questo profilo, non esisteva alcun motivo perché Sutera tornasse a camminare libero in mezzo a noi.

Io sono garantista, ritengo che la pena debba prevedere la possibilità di reintegrare il colpevole nella società, soprattutto per quanto riguarda i reati comuni.

Ma per i mafiosi vale tutt’altro discorso. I mafiosi vivono fuori dalla società, ne rifiutano le regole e le leggi, vengono educati alla sopraffazione, alla violenza, a sentirsi superiori agli altri perché capaci di intimidirli e di eliminarli se necessario. I casi di mafiosi che si sono realmente pentiti, che hanno cercato una impossibile redenzione, sono rarissimi e, certamente, Sutera non rientra tra questi.  La mafia è un mondo a parte in guerra con il mondo “normale” e garantire la certezza della pena  a chi si è macchiato di delitti brutali, bestiali  e inumani a danno di vittime innocenti, significa una sconfitta in questa guerra che lo Stato sembra ultimamente aver dimenticato.

I mafiosi sono un’eccezione e come tali vanno trattati anche giuridicamente, i recenti tentavi di proporre l’abolizione del 41 bis vengono confutati da episodi come quello di Sutera.  L’azione repressiva dello Stato che fu massiccia e, probabilmente, anche esagerata nei confronti del terrorismo, portandolo alla sconfitta, nei riguardi della mafia si è estrinsecata con l’introduzione del 41 bis e quella della confisca dei beni, strumenti efficaci ma non sufficienti.

Il problema è che il terrorismo flirtava solo marginalmente con la politica mentre le infiltrazioni mafiose sono ormai capillari a ogni livello, il problema è che in questo paese si preferisce ignorare il problema invece che risolverlo, e le conseguenze di questo atteggiamento ricadono su tutti noi. Non mi risulta che nei programmi dei nuovi padroni del Palazzo ci sia la lotta alle mafie, e non mi stupisce.

Sono parole che scrivo con grande amarezza, vicino con il cuore a Pietro, Pasquale e a tutta la famiglia Campagna.  Confido solo che i bambini e i ragazzi che hanno celebrato con me e i miei colleghi il 21 Marzo distribuendo fiori di carta e semi alle persone, insieme a un biglietto col nome di una vittima innocente di mafia, ricordino domani, quando saranno giovani uomini e donne, cosa è la mafia e perché va combattuta senza quartiere. la speranza è che da quei semi germogli una giustizia diversa e un paese diverso.

Categorie:Attualità, mafie

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