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Quei dirigenti dell’ANP che hanno considerato una sciocchezza il concetto di scuola come “comunità educante” inserito nel nuovo contratto nazionale, dovrebbero provare un moto di vergogna, ammesso ne siano in grado,  alla luce dei recenti fatti di violenza che hanno avuto come vittime degli insegnanti.

Ho letto molti articoli in proposito, generalmente equilibrati e ben argomentati, in qualche caso acuti, ma tutti, essendo redatti da persone anche illustri e autorevoli, come Zagrebelski e Recalcati, che non vivono quotidianamente la scuola, analizzavano il problema alla superficie , senza scendere in profondità.

Sono ormai anni, dalla prima riforma Berlusconi, che è avviato il processo di delegittimazione della classe insegnante che la Buona scuola ha portato a termine. Non si contano le campagne stampa organizzate ad hoc per far digerire alla gente riforme che hanno progressivamente limitato la libertà all’interno delle scuole, la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dei ragazzi come non si contano gli articoli dilettanteschi e le informazioni distorte che descrivono una scuola che non c’è.

Di pari passo e non casualmente è aumentata la conflittualità con le famiglie e si è progressivamente oscurato il concetto di scuola come comunità, luogo deputato all’educazione dei futuri cittadini dove famiglia e insegnanti definiscono cosa è necessario fare perché i ragazzi raggiungano le adeguate competenze e maturino in modo armonico.

Mentre accadeva tutto questo i presidi,  da primi inter pares, diventavano dirigenti aziendali, burocrati il cui unico compito sembra quello di riempire carte, specie se utili alla propria salvaguardia, e invitare i collegi docenti a votare a  favore di strani acronimi. La burocrazia prima di tutto.

Il risultato è che se un insegnante fino a qualche anno fa, in caso di problemi o contrasti con una famiglia, sapeva di poter contare sull’appoggio del preside, cioè della scuola, oggi questo non accade più. Siamo soli, con il rischio che in caso di vertenza il dirigente ci dia contro a priori. E’ il primo passo per trasformare le scuole da presidi di democrazia dove si favorisce e si sviluppa il pensiero critico, a torri d’avorio dove ci si limita a tramandare un sapere sterile, vecchio, fine a sé stesso. L’obiettivo finale, neanche tanto nascosto, è di trasformare le scuole in dependance delle aziende e, per quanto riguarda quelle più disagiate, in fabbriche di manodopera a basso costo.

La responsabilità di questo processo involutivo, di questa metamorfosi da comunità educante ad azienda, da docenti dotati della libertà d’insegnamento, uno dei cardini della democrazia, a impiegati asserviti a un capetto/a e schiavizzati dalle carte, è politica.

Va poi posto l’accento sul pregiudizio culturale che impera nel nostro paese nei riguardi degli insegnanti, visti ancora come quelli che fanno tre mesi di vacanze, si leggono il giornale in classe, ecc. Basta leggere i forum di qualunque articolo sulla scuola per scoprire che a lavorare davvero sono sempre e solo gli altri.

Nessuno di noi si sognerebbe di spiegare a un macchinista come guidare un treno o a un avvocato come condurre una causa mentre gli insegnanti, di tanto in tanto, si sentono dire come dovrebbero condurre la classe, affrontare certe materie, quante pagine da studiare dovrebbero dare, ecc. Una palese mancanza di rispetto e una evidente diminutio di dignità per una categoria strategica in ogni paese avanzato.

L’ultimo dato rilevante, in questa breve sinossi di come è stata distrutta la scuola pubblica negli ultimi vent’anni, è il fatto che quei genitori che aggrediscono gli insegnanti fanno il male dei loro figli, inculcando l,oro il principio mafioso che la ragione, se non la sia ha, la si prende, anche con la violenza, se necessario.

E su questo, su come  l’habitus mafioso sia parte integrante della nostra cultura, ci sarebbe molto da dire e forse lo farò, in un altro contesto.

In conclusione, l’unica soluzione è invertire il processo, tornare a quella comunità educante che era l’idea di fondo che portò ai decreti delegati nel 1974, restituire dignità a un classe di lavoratori che tanto ha dato a questo paese in questi anni di crisi, anche economicamente, tornare a fare delle scuole delle torri di guardia, sentinelle e avamposti di democrazia e pensiero critico, fucine di cittadini responsabili e attivi.

Il nuovo contratto nazionale appena firmato muove timidi passi in questa direzione.  Nel frattempo, sarebbe necessaria una presa di  posizione della politica, magari di quel ministro tanto solerte quando si tratta di occupare le pagine dei giornali con perle di saggezza sull’uso dei cellulari a scuola, un po’ meno quando deve intervenire a difendere la categoria che sarebbe tenuta a rappresentare.

Tutti devono avere ben chiaro in mente che se la scuola pubblica e il suo ruolo vengono meno, questo paese è destinato a morire. E non è che al momento stia troppo bene.

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