A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Se a scuola non si fa politica cosa si deve fare?


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L’episodio è uscito su tutti i giornali.  Salvatore Borsellino, invitato in una scuola, risponde alla domanda di uno studente sulle connessioni tra mafia e politica citando Andreotti e Dell’Utri. Il preside lo redarguisce dicendo che a scuola non si fa politica e Borsellino non può fare altro che salutare e andarsene.

E’ lo specchio dei tempi, la Buona scuola, i nuovi dirigenti. Nella mia città a dei docenti viene impedito di presentare una mozione sull’eventuale spostamento di un impianto petrolchimico a pochi passi dalla scuola perché la scuola deve occuparsi d’altro, qualche tempo fa la presentazione di mozioni che stigmatizzavano la discesa in piazza di un quartiere contro l’accoglienza di una ventina di immigrati in un ex asilo, è stata, se non osteggiata, certo non favorita con le stesse motivazioni, per non parlare delle proteste degli insegnanti contro lo sgombero di un campo rom e la richiesta di chiarimenti mai ottenuti riguardo la sorte dei bambini e ragazzi che frequentavano l’Istituto Comprensivo.

Quando è veramente è il momento di diventare punto di riferimento, di tornare a proporre valori forti, come la lotta alla mafia, la tutela dell’ambiente e della salute o il diritto allo studio, la lotta contro la discriminazione, ecco che la scuola nella sua componente dirigenziale si ritrae, ecco che arrivano le dichiarazioni ponziopilatesche dei vertici istituzionali e i dirigenti obbedienti che nascondono la testa sotto la sabbia. Insomma, la scuola che fa scuola non piace al potere. Questo è ormai chiaro da tempo.

E’ evidente che il preside che ha accettato la presenza di Salvatore Borsellino nel suo istituto non lo conosceva e, soprattutto, non conosceva gli ultimi quarant’anni di storia di questo paese. Forse si aspettava una di quelle tante, tediose e opprimenti esibizioni di antimafia di comodo che fanno contenti tutti e non disturbano nessuno, tanto comuni da quando si è istituzionalizzata l’antimafia a scuola, cominciando a ucciderla. Ma la cosa peggiore, è che quel dirigente non sa cosa significhi fare scuola,caratteristica che lo accomuna a molti suoi colleghi e colleghe sparsi per la penisola.

Non si può infatti educare e formare senza dare valori, e dare valori significa fare politica.  Non si può spiegare  Manzoni o Verga o Dante, Vittorini o Sciascia senza parlare di politica, di vita vera, attiva, di impegno civile. Il nostro sommo poeta ha scritto un’opera monumentale dove ha fatto nomi e cognomi di corrotti e corruttori e Salvatore Borsellino può citare in un incontro sulla mafia due uomini universalmente riconosciuti come collusi in base a sentenze definitive!

Se fare scuola significa fornire nozioni, basta wikipedia e la rete, non è necessario il fattore umano fornito dall’insegnante. Se fare scuola significa creare una generazione di consumatori sottomessi e obbedienti, bastano la televisione e i giornali, non c’è bisogno di alzarsi ogni mattina e scaldare il banco.

A mio parere, così da sempre interpreto il mio lavoro, fare scuola significa fare politica nel senso più alto del termine, quello di trasmettere valori e dubbi, di sviluppare lo spirito critico, di combattere l’omologazione del pensiero e verificare sempre quello che si ascolta, si legge, si vede.

Fare scuola è educare alla bellezza, imparare ad apprezzare Leopardi, Ingres, Dante o Picasso, Piero della Francesca e Proust, invitare i ragazzi a scoprire  e a stupirsi del fatto che hanno scritto, dipinto,scolpito per noi, in qualunque tempo lo abbiano fatto, atto politico sublime e necessario in una società che della bellezza ha perso il culto e se si dimentica la bellezza si perde l’anima.

Fare scuola è leggere la storia e capire che non è una cronaca sterile di cose passate ma la causa del male e del bene presente, che certe dinamiche si ripetono sempre uguali a sé stesse, e per questo bisogna sempre stare all’erta, con gli occhi e la mente bene aperta.

Fare scuola significa salire in piedi sul banco e invitare chi hai di fronte a guardare il mondo da una prospettiva diversa, mettendosi nei panni dell’altro.

Fare scuola significa insegnare a pensare con la propria testa, e ditemi se non è fare politica.

Se la scuola deve essere un punto di riferimento per il quartiere in cui opera, un segno, spesso l’unico, della presenza dello Stato, non può ritrarsi indietro di fronte ai problemi di quel quartiere, non può dire non mi riguarda, per timore di urtare una parte politica, perché tutto riguarda la scuola.

Fare antimafia senza fare politica, senza disturbare, senza fare rumore, non è fare antimafia, è una ipocrita parata di frasi fatte e retorica stantia, un cattivo servizio reso ai ragazzi. Questo, quel dirigente, avrebbe dovuto saperlo, era suo dovere istituzionale saperlo.

Fare scuola chiudendosi in una torre d’avorio, dietro il paravento del non ci compete, tradisce lo spirito stesso dell’istituzione, viene meno al dovere sancito dalla costituzione di sviluppare le competenze e lo spirito critico dei ragazzi per contribuire a formare i cittadini futuri, cittadini attivi, responsabili e, si spera, migliori di noi.

Basta leggere la legge 107 per comprendere che di questo non c’è traccia, per capire che la strada tracciata è quella del dirigente che mette a tacere Borsellino , è la strada sognata dalla Fondazione Agnelli, quella di una scuola anticamera del lavoro, fucina di utili idioti da distribuire nelle varie fasce di produzione. Utili idioti ma con smartphone ultimo modello, perché non si può tenere il consumismo sfrenato e ottuso lontano dalle classi, bisogna fare i conti con la realtà, come afferma l’attuale ministro dell’istruzione.

Salvo poi, quando si fanno davvero  i conti con la realtà, non quella edulcorata da Mulino Bianco della Buona scuola, ma quella avvelenata dei nostri quartieri, quella squallida delle collusioni tra mafia e politica, quella ignobile del razzismo dilagante, dire che non si può, non ci compete, dobbiamo occuparci d’altro, questo dice la legge.

Lex mala lex nulla , si diceva un tempo. Ma, evidentemente, i nuovi dirigenti della buona scuola non lo sanno.

Categorie:Attualità, La scuola

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