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Ventisei anni fa ero al porto Antico di Genova, in licenza militare, ad ascoltare Bob Dylan. Non era in uno dei suoi momenti migliori ma ogni concerto di Dylan, riuscito o meno, vale comunque la pena, resta nella mente come certi paesaggi che non si dimenticano, come certe frasi fulminanti nei libri. Perché Dylan è Dylan, uno, nessuno e centomila.

Ventisei anni dopo le nostre strade si incrociano di nuovo a Genova. Era già successo a Pistoia, La Spezia, Milano, e ascoltando centinaia di bootlegs per la disperazione di Claudia, mia moglie, che non ama quella voce di cartavetrata, le stonature fatte apposta per devastare i pezzi più famosi, il tentativo destinato a fallire di guardarsi allo specchio e non  riconoscersi.

Chi è Dylan, in fondo? L’attivista dei diritti civili, il cristiano rinato, l’autore di sublimi canzoni di non amore, il sarcastico osservatore della Higway 61 e dei freaks che la abitano, uno dei vagabondi di via della desolazione o l’anziano poeta che deve ammettere che, suo malgrado, le cose sono cambiate e non esattamente come sperava?

Ieri sera il viaggio è stato malinconico, energico, memorabile. Resta nella memoria il suono di una band che è tutt’uno col suo leader, capace di creare la giusta atmosfera per una classica ballata, di jazzare e swingare con eleganza, di lanciarsi in torridi blues dove la voce di sua bobbità dà il meglio. Un motore potente e controllato, guidato come sempre a gesti dal suo leader che, appollaiato dietro la tastiera, incurante di tutto, officia il rito come un vecchio sciamano.

Dylan sembra aver ritrovato la sua voce in tutti i sensi. Mai ascoltato una versione così bella di Simple twist of fate, finalmente restituita a una dimensione elegante e dolorosa, o una Desolation row, che ritrova forza ed energia senza essere stravolta al punto da non riconoscerla come la quasi brechtiana Tangled up in blue.  Non so quanti siano in grado di avviare un concerto con cinque pezzi come quelli cantati da Dylan, di dire tante cose in così poco spazio. Ed è stato solo l’inizio.

Pazienza se il menestrello si trasforma in crooner parodiando Sinatra e sé stesso ma cantando benissimo Melancholy mood e Autumn leaves, Pazienza se poi Blowin in the wind diventa una canto di gioia, come a dire che va bene, la risposta è nel vento, ma prima o poi la troveremo e altrimenti si fotta, si può sopportare tutto da Bob se ci regala  una Ballad of thin men doverosamente acre e offensiva verso i troppi mr. Jones che non vedono, non sentono e non parlano mentre il mondo brucia o viene spazzato via dal vento di Duquesne .

In mezzo c’è il mondo degli ultimi tre dischi, forse emotivamente coinvolgente per chi ha più di cinquant’anni ma non meno profondo, vivo, vero. In mezzo c’è energia ed atmosfera e musica vera, poesia vera e scusate se è poco.

Sua bobbità ha ritrovato la strada, il suo concerto è un esercizio di classe senza pari e l’esibizione di un poeta che ha sempre avuto qualcosa da dire e lo ha fatto meglio degli altri.  Nessuno come lui è in grado di farci accarezzare la malinconia del tempo che passa, di ricordarci che siamo ancora sulla strada, nonostante tutto e il resto non importa, quello che conta è il viaggio.

Sembra più sereno Dylan perfino divertito, trasmette un calore inedito, lui che è stato un profeta del distacco., forse è perfino grato a quel pubblico che ha amato e odiato come nessuno mai ha osato fare e solo un poeta vero poteva permettersi.

Grazie Bob, per non essere mai uguale a te stesso, per camminare sul lato buio della strada e per guardare sempre avanti, voltandoti indietro solo per sorridere. Grazie per il viaggio, l’unica cosa che conti.

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