A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Le consapevolezze ultime di Aldo Busi


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Solo un grande scrittore è in grado di cogliere perfettamente lo zeitgeist di un’epoca e solo Aldo Busi può spiattellarcelo davanti agli occhi in modo così impudico, oscenamente sincero, disturbante. Come in un lugubre carosello interpretato da fantasmi.

L’ultimo libro dello scrittore di Montichiari non è solo un ferocissimo e perfido j’accuse, ma una fotografia dolente e dolorosa di un paese ridotto a una terra desolata, la constatazione di una povertà culturale assoluta in un paese dove l’innocenza non esiste più e tutti sono colpevoli, senza nessuna difesa possibile. Non ci sono più valori nell’Italia di Busi e nella nostra, ideali politici, principi: solo cannibali.

Busi racconta e si racconta con la sua prosa spumeggiante, leggera, eccessiva, a tratti sgradevole e disturbante, a tratti profonda come sempre più raramente accade nella narrativa italiana contemporanea. Unico scrittore contemporaneo in grado di fulminarti con una frase, di aprire spazi di rivelazione nel bel mezzo di un intermezzo escatologico.

Vero testamento letterario, il libro ci restituisce il miglior Busi, funambolo della parola, sincero fino al masochismo e, proprio per questo, moralista nel senso più positivo del termine, come solo un grande scrittore può esserlo. Non credo me ne vorrà se, mutatis mutandis, il paragone che mi viene per primo alla mente, è Manzoni.

E’, tra quelli che ho letto, il suo libro più dolente, attraversato com’è in limine da una delle tante tragedie del Mediterraneo che appare all’improvviso, di tanto in tanto, nella narrazione come un memento, come a dire che sì, stiamo leggendo di cose serie, serissime, non lasciamoci distrarre dal riso amaro dell’autore.

Il pretesto narrativo è una improbabile cena felliniana a cui partecipa una corte dei miracoli alto borghese a cui Busi viene invitato non in quanto scrittore ma in quanto provocatore televisivo, personaggio fittizio, icona del trash contemporaneo. Esilarante il brano in cui una convitata gli chiede se conosce Sgarbi.

Busi fa i conti con sé stesso e con l’Italia, il saldo è positivo nel primo caso, fortemente negativo nel secondo, tuttavia, come afferma orgogliosamente in un passo indimenticabile del libro, contrapponendosi a quella teoria di morti joyciani che sono i convitati alla cena, vuole morire da vivo.

Alla fine del libro, resta l’amaro in bocca. Il piacere della lettura ripaga solo in parte la consapevolezza di essere invischiati in una enorme distesa melmosa e di non riuscire a vedere via d’uscita. Lo scrittore è umano, troppo umano e troppo sincero in questo mondo di sepolcri imbiancati.

Una piccola nota di costume. Ho letto molte recensioni del libro, compresa come quella esilarante dello stesso Busi e ne ho dedotto che:

a) La maggior parte dei recensori non ha letto il libro.

b) Un altro gruppo di recensori si ferma alla superficie, ai passi volutamente sgradevoli e disturbanti, all’esibizionismo semantico di Busi che è una sua cifra stilistica irrinunciabile, per commiserarne la decadenza, testimoniata dall’uso della volgarità. Imbecilli.

c) Lo scrittore bresciano disturba ancora. Dire la verità in questo paese, quella verità che tutti conoscono ma, cattolicamente, tacciono, è ancora oltraggioso.

E questo, credo che ad Aldo Busi, ormai davvero un classico come lui stesso ama definirsi dal suo primo romanzo, piaccia moltissimo.

Categorie:Cronaca, Recensioni Libri

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