A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Philip Roth, l’uomo messo a nudo


 

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Nel ricordare Philip Roth, scomparso ieri a 85 anni, insieme a Paul Auster e Don De Lillo il più grande scrittore americano contemporaneo, anche se da sei anni non scriveva più, per scomparsa dei lettori consapevoli, diceva,  richiamo alla memoria quella che chiamerò La trilogia dell’ipocrisia: Pastolare americana, il suo capolavoro, la macchia umana e Ho sposato un comunista, il più sarcastico e feroce della trilogia.

I tre libri hanno una struttura simile: la descrizione del sogno americano realizzato, il successo raggiunto partendo dal nulla e lavorando con fatica per accorgersi che esiste sempre un punto di rottura, che i valori reali sono altri, che l’ipocrisia è la matrice di cui si nutre il sogno americano e chi la rifiuta, chi non si adegua alla finzione, alla maschera, direbbe Pirandello, e molto pirandelliani sono questi tre romanzi, è destinato ineluttabilmente a soccombere.

Lo Svedese, il protagonista di Pastorale americana, è il personagigo che inevitabilmente resta indelebile nella memoria, perché è tutti noi, ingenuo, orgoglioso del proprio lavoro, tradito dal tempo, vittima di quell’inganno che svela il buco nero tra il sogno e la realtà.  Come nella memoria rimane la figlia e la sua ribellione gratuitamente violenta contro gli altri e contro sé stessa. Uno di quei romanzi che ti segnano, ti fanno fare un balzo avanti nella consapevolezza delle cose, ti restano addosso.

Mai autore a stelle e strisce è stato così caustico, feroce, implacabile nel mettere a nudo quella che è la natura reale della way of life  americana,  Roth scriverà di sesso e morte, dell’eterno connubio tra Eros e Thanatos, arriverà al successo scandalizzando i suoi lettori col turpiloquio di Lamento di Portnoy, opera incompresa che avrebbe potuto schiacciarlo come i suoi monologhi sboccati e oltraggiosi avevano schiacciato pochi anni prima il grande Lenny Bruce, ma mai sarà così lucido e velenoso, così chiaro, così netto nel denunciare il mare d’ipocrisia che inonda gli Stati Uniti, le radici della violenza che si abbeverano alla fonte del razzismo, l’intolleranza e la paura che portarono all’oscena farsa del maccartismo.

In particolare con la Macchia umana mette a nudo il mondo inbtellettuale, i sacrari delle università e la grottesca assurdità del politically correct. Libro non compreso, quando uscì, perché sfuggi, in un mondo sempre meno capace di ragionare per simboli,  il simbolo potente e assurdo del peccato del protagonista.

Roth parlava chiaro, senza peli sulla lingua, sia quando descriveva i tormenti erotici di un adolescente o il rimpianto dell’erotismo, leggi vitalità, perduto di un anziano, sia quando impietosamente, il suo occhio acuto, da chirurgo, si posava sulla miseria della malattia e della morte. Ma era la vita che Roth celebrava in ogni suo libro, e solo lui poteva scrivere di Shabbat che si masturba sulla tomba della moglie morte e non risuonare nè osceno nè blasfemo ma solo profondamente triste e umano.

Sapeva raccontare storie come pochi, partendo dalla realtà e incendiandola con il suo umorismo sapido e amaro, con vicende pirandelliane arricchite da un ebraismo moderno e svincolato dalla religione, con la sua enorme cultura, creando una lunga serie di personaggi indimenticabili che rappresentano le inquietudini, il vuoto morale, le paure e i tormenti dell’uomo del nostro tempo, quindi di tutti noi.

Ogni volta che un grande scrittore muore si perde la possibilità di uno sguardo diverso e illuminante sul mondo e su noi stessi e, di questi tempi, non è perdita da poco.

Addio, Philip Roth, e grazie di tutto.

 

Categorie:Arte e spettacolo, Attualità, Recensioni Libri

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