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E’ morto, a novantadue anni, dopo una vita ricca di incontri, riconoscimenti e polemiche, Claude Lanzmann, autore di Shoah, il film definitivo sull’Olocausto, tutto quello che è stato girato prima e dopo, al confronto, non conta nulla.

Shoah dura nove ore, non è fatto di sequenze scioccanti e non racconta storie edificanti, semplicemente si limita a intervistare i testimoni, a sentire chi , in prima persona, ha visto e sentito.

Non sono mai riuscito a vederlo tutto, non per la lunghezza, ma per l’orrore che sale lentamente, sequenza dopo sequenza, intervista dopo intervista, come una marea inarrestabile. Le interviste riprendono i testimoni in primo piano, così che possiamo intuire su quei visi tesi, nervosi, il peso intollerabile del ricordo di un’atrocità che non ha spiegazioni.

La parte più agghiacciante del film, paradossalmente, non  è quella che riprende la testimonianza del capo di un lager che, con precisione teutonica, descrive compiaciuto le modalità dello sterminio di migliaia di esseri umani, nè quella del barbiere che tagliava i capelli alle donne in procinto di entrare nei crematori, che vede venirgli incontro una cugina, nè quella dell’addetto a inserire i cadaveri nei forni che incontra un suo caro amico in attesa di essere gasato e gli offre una scatoletta di tonno.

No, la parte più agghiacciante è quella dei racconti dei testimoni neutrali, contadini e cittadini polacchi che vivevano nelle vicinanze dei campi di sterminio o vicino alle famiglie ebree deportate.  A gelare il sangue nelle vene è la loro totale mancanza di empatia, l’assenza di giudizio. Sono persone che non hanno mai, nemmeno per un istante, pensato che forse avrebbero potuto salvare una vita, fare qualcosa, opporsi a un sistema di cui sono stati complici volontari.

E questo ci riporta all’oggi. Lanzmann era un ostinato e rigido difensore della verità dei fatti, polemizzerà a lungo con Spielberg riguardo il valore di Schindler List convinto, a mio parere a ragione, che la Shoah doveva essere raccontata, non spettacolarizzata.

Ma soprattutto, il ventenne Lanzmann, amico e amante di Simon de Beavoir e Jean Paul Sartre, si schiererà, insieme a molti altri intellettuali, contro la guerra in Algeria, firmando un manifesto contro l’operato del suo governo, con un atto concreto di rivolta: sono francese ma non mi riconosco nel governo francese.

Credo che oggi, di fronte a un Olocausto centellinato nei bollettini che annunciano gli affondamenti dei barconi, occultato dal Mediterraneo, manchi esattamente questo: una presa di posizione forte degli intellettuali contro il governo di questo paese, che ha avviato una politica razzista senza precedenti e il cui unico scopo sembra essere di combatterla fino all’eliminazione del finto nemico o quanto meno, alla sua scomparsa dai nostri occhi.

Per questo non metterò la maglietta rossa seguendo l’invito di varie associazioni, domani. Rispetto quelli che lo faranno ma, in un momento come questo,  lo trovo un atto retorico, inutile e tipicamente radical chic, un esempio di quell’impegno che non costa nulla perché si esaurisce nell’arco di poche ore. 

Era nell’aria da tempo il clima che stiamo vivendo e gli stessi che si indignano oggi sono stati prudenti quando non era il momento, hanno affrontato con schemi vecchi (fascismo/antifascismo/) un problema nuovo, sbagliando. L’hanno fatto per non rischiare o perché non era, in quel momento, politicamente conveniente ma l’impegno vero, autentico, e molte delle associazioni che hanno promosso l’iniziativa sono state un esempio vero di impegno autentico, deve essere rischioso e controcorrente, altrimenti non conta nulla.

Io non metterò la maglietta rossa perché mi sono battuto con i miei colleghi contro l’evacuazione dei bambini dal campo rom del quartiere in cui lavoro e nessuno di quelli che invita a mettere la maglietta rossa c’era, quel giorno, non la metterò perché abbiamo approvato in due scuole del Ponente una mozione per stigmatizzare il razzismo che montava in città con la nuova giunta e nessuno ci è venuto dietro. Soprattutto, non la metterò perché quotidianamente, ogni giorno, testimonio la mia solidarietà ai migranti fornendo ai loro figli gli strumenti per comprendere la realtà che li circonda e non ho bisogno nè di mostrare la mia avversione a qualunque forma di razzismo nè  di mettermi a posto la coscienza che sta benissimo. Io credo che la società civile, l’associazionismo, abbia necessità di rinnovarsi, di trovare modalità di azione più concrete e forti che non siano l’agitare bandiere e l’indossare magliette.

Chi crede ancora che un mondo diverso sia possibile non ha bisogno di magliette ma di una guida, di un’assunzione di responsabilità, di un atto forte di rivolta vera, come quello di Lanzmann, intellettuale vero anche quando sbagliava. E il discorso sull’assenza degli intellettuali in questo momento merita un approfondimento a parte.

Ci sarebbe bisogno di uno come Lanzmann oggi, di uno che ci mostrasse i volti, le espressioni dei mostri, dei sommersi e dei salvati, di  qualcuno che ci spinga a chiederci cosa potevamo fare e cosa possiamo fare oggi.

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