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Chi non vive a Genova non può saperlo, non può capire quanta paura ci facesse quel ponte e quanto malvolentieri ci passavamo sopra o sotto, non può capire il rapporto di amore e odio che passava tra ogni genovese e quell’opera monumentale, non può capire quanto  profondamente inciderà per anni sulla vita quotidiana di chi vive in periferia questa tragedia.

Ieri è simbolicamente crollato il mito della Genova industriale, del terzo polo, di una città che non esiste più da tempo, che si è chiusa in sé stessa e non ha trovato né la forza nè le idee per rialzarsi. Ma il crollo di ieri rappresenta anche, simbolicamente, questo paese che va a pezzi, le sue infrastrutture obsolete, una classe politica, nessuno si senta escluso tra maggioranza e opposizione, la cui cifra comune è data dallo squallore morale.

Se ne ricordino tutti, perché Genova ha sempre segnato il tempo al paese. Lo ha fatto l’ultima volta nel 2001, anticipando l’ondata di intolleranza e repressione degli ultimi che stiamo vivendo di questi tempi , lo ha fatto ieri, piangendo i morti di una tragedia annunciata, puntando il dito contro tutti quelli che in questi anni sono rimasti a guardare, puntando il dito contro chi sapeva e non ha fatto nulla.

Ieri è scomparso un pezzo di memoria collettiva, mai troppo amata ma nemmeno troppo odiata, è scomparsa una parte di tutti noi e tutti noi, chi vive a Genoa comprende quello che dico, siamo superstiti, perché solo il caso ha voluto che non fossimo lì sopra, o lì sotto, in quel momento.

Non illudiamoci, questa città è in ginocchio e non si rialzerà, Luca Bizzarri, che a volte ho criticato in questo spazio, ha scritto un post su facebook di cui condivido anche le virgole: se si rialzerà, non cambierà nulla, che è appunto, come non rialzarsi.

Non guarirà questa città, le ferite aperte sono tante e questa è troppo grossa, troppo grave, troppo profonda per essere sanata.

Nemmeno l’alluvione del settanta, uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia, avevo quattro anni e ricordo i fiumi di pioggia che scivolavano dalle scalinate del palazzo di fronte e l’angoscia di mia padre, che teneva mia sorella nata da poco in braccio, per mio padre bloccato all’Italsider, è lontanamente paragonabile come impatto sulla città a quello che è successo ieri.

Diecimila tir al giorno da dove passeranno? Genova ha una strada sola da Ponente a levante e viceversa, già congestionata, un servizio pubblico ridotto all’osso e treni cronicamente in ritardo.  Sampierdarena e Cornigliano, i due quartieri colpiti dal disastro, stavano avviando una ristrutturazione che attendeva da anni e che adesso si fermerà, perché sono l’unico punto di passaggio da est a ovest . Già l’autostrada e il ponte Morandi erano perennemente intasati nelle ore di punta, cosa succederà adesso? Ci toccherà riconfigurare le nostre vite, trovare altre soluzioni, avendo sempre davanti agli occhi quell’assurdo ponte spezzato e nel cuore le vittime innocenti.

Per fortuna non c’è scuola in questo periodo, non devo entrare in classe e guardare negli occhi i ragazzi che cercano risposte che non ho, o leggere lo smarrimento nello sguardo di chi è stato sfollato o lil dolore di chi ha perso un amico, un parente. Per fortuna posso prepararmi con calma a rispondere alle loro domande, a sentire le loro testimonianze, calmando la rabbia che provo dentro, trovando le parole giuste.

Fa troppo male oggi vivere in questa città, sentire che tutto è cambiato alle 11.50 di un giorno d’Agosto, sapere che quando sarà diffuso l’elenco delle vittime quasi certamente ci sarà qualcuno che conosci perchè Genova è piccola, ci consociamo tutti.

Fa troppo male sapere che da quando faccio sindacato, da quasi vent’anni, non c’è stato congresso o assemblea in cui non si sia posto all’ordine del giorno il problema delle infrastrutture a Genova, della loro obsolescenza e della necessità di costruirne di nuove, perché quelle esistenti erano insufficienti a gestire i flussi di traffico.

Fa troppo male sentire  lo scontro tra chi era favorevole e contrario alla gronda, perché, gronda o non gronda, che ponte Morandi prima o poi veniva giù, lo sapevano tutti.

Mi piace invece pensare con affetto e gratitudine ai ragazzi delle pubbliche assistenze, ai pompieri, a medici e infermieri, a tutti quelli che ieri erano lì, e che saranno lì oggi, a scavare, a cercare, a salvare vite ed estrarre salme.

Oggi è un giorno diverso, oggi mi sento diverso. Tra le tante cose che il crollo di ieri ci ha tolto, c’è anche la gioia di un giorno di festa che non sarà mai più lo stesso.

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