A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scomparsa del sacro e del senso di comunità


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Parto da un post su Facebook di un giovane amico dalla mente lucida e di buone speranze e propositi. Scrive di non aver apprezzato la super messa ai funerali di Stato delle vittime e di non comprendere perché vada celebrata una messa in queste occasioni. In realtà, il giovane amico ignora che non c’è stata nessuna super messa ma una celebrazione sobria ed essenziale, come richiedeva l’occasione, con in più la novità, felice, dello spazio lasciato all’Imam per celebrare il suo rito funebre.Le due prediche, quella del cardinal Bagnasco e dell’Imam hanno sostanzialmente mostrato, com’era logico, gli stessi contenuti, gli stessi richiami a un’unità che è stata la grande assente alla cerimonia.  Il giovane amico, probabilmente per età, non ricorda i funerali di Stato che si celebrarono per la strage di Bologna e quella di Capaci nelle cattedrali di Bologna e di Palermo, non ricorda, o non può ricordare, che c’è sempre stata, in queste occasioni, una celebrazione religiosa.

Non mi scandalizzo per i selfie di Salvini e i sorrisi di Di Maio, la statura morale dei due è nota, mi preoccupano invece gli applausi e i fischi in quel contesto, mi preoccupa il fatto che migliaia di persone possano applaudire discorsi che invitano all’unità, al superamento delle differenze, al rispetto dell’umanità e poi ignorare 117 persone in condizioni di bisogno bloccate in mare da quello stesso individuo che hanno applaudito in Chiesa.

I funerali delle vittime di Genova, che ho seguito in televisione, hanno testimoniato, una volta di più, la scomparsa del sacro dalle nostre vite, il sacro religioso, in crisi da tempo ma, soprattutto, il sacro laico.

Si può cercare di essere individui decenti perché si ha fede in Dio o di può cercare di esserlo proprio perché in Dio non si crede e si vuole dare un senso alla propria vita seguendo norme e regole che, inevitabilmente, perché la legge morale è dentro di noi, diceva Kant,  coincidono con quellle del credente autentico. Ho conosciuti atei più rigorosi di molti credenti dal punto di vista etico e morale, atei, non me ne voglia il giovane amico, che non avrebbero mai confuso una super messa con un celebrazione sobria, perché a non credere ci vuole coraggio e bisogna conoscere a fondo ciò che si rifiuta.

Il sacro, religioso e laico, era il collante che univa la comunità  attorno a valori condivisi da tutti, comunità capace di stringersi e compattarsi quando un tragedia la colpiva, capace anche di sfogare la propria rabbia ma unita, ma senza mai dividersi.

Oggi quel collante non esiste più, la scomparsa del sacro ha lasciato posto al relativismo morale, al principio che se non c’è Dio, religioso o laico che sia, resta l’edonismo, l’arrivismo, la ricerca e la difesa del benessere, l’individualismo più sfrenato. Il sacro ha costituito per secoli un freno alle pulsioni peggiori, ha indicato con chiarezza il limite tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ha fornito le coordinate etiche per essere uomini e donne autentici.  Con la sua scomparsa, assistiamo a uno smarrimento, una diminuzione di senso che lascia confusi e disorientati.

Se il freno non esiste più, non esiste più la comunità. L’abbiamo visto con i fischi e gli applausi, l’abbiamo visto nei post livorosi che hanno affollato la rete due minuti dopo la celebrazione delle esequie, l’abbiamo visto in chi ha continuato a postare foto delle vacanze anche nei giorni del dolore, all’insegna del chi vuol esser lieto sia, dimenticando di essere parte di una comunità ferita, dimenticando non solo di chiedere per chi suona la campana, ma anche di ascoltarla. L’abbiamo visto nella necessità di esorcizzare la morte con le vignette, i disegnini, i fiorellini, quasi che regredendo all’infanzia si riesca a dimenticare che esiste, si riesca a mitigare l’angoscia per la paura che comporta la consapevolezza che sia il caso e nient’altro a decidere di noi.

Il più squallido, volgare e agghiacciante tra i post apparsi in rete, è stato quello che riportava l’elenco delle vittime della tragedia e al fondo metteva: e per loro nessuno indosserà una maglietta rossa. Una frase assurda, spietata, che voleva sancire una graduatoria tra noi e loro, tra i nostri morti e quelli degli altri. Un post, per altro, di immane stupidità, dal momento che moltissime delle vittime del ponte erano straniere, ammesso che questo conti qualcosa.

Ma non è sorprendente, scomparendo il sacro scompaiono quei meccanismi che attivano l’empatia, la solidarietà, la pietà, che ci fanno riconoscere nell’altro un essere umano.  Scompare qualcosa che ha accompagnato l’uomo dalla sua comparsa sulla terra, che ha portato al contratto sociale e alla nascita delle prime civiltà.

Di fronte a questa scomparsa, il valore simbolico di un ponte che crolla è enorme: per i romani la massima autorità sacerdotale era il pontifex, colui che gestiva il ponte, letteralmente, il tramite tra la divinità e l’uomo, un ponte appunto. 

Il rischio è che questo sia solo l’inizio, che il senso di comunità, che nell’Italia campanilistica delle grandi dicotomie è sempre stato labile, si ricomponga  in modo perverso, come già accaduto in passato, sia con i regimi totalitari sia ,in tempi più recenti, ad esempio in Ruanda, dove l’invenzione sulla carta di due etnie nella realtà inesistenti, ha scatenato un conflitto sanguinoso e feroce, o nella ex Jugoslavia, in altre decine di paesi del mondo.

Il rischio è che domani, di fronte all’ennesima tragedia, siano Salvini e i suoi sodali ad essere fischiati da Casapound e co.

Sarebbe il caso di interrogarsi su che razza di futuro stiamo preparando per i nostri figli, cosa potremo dirgli domani guardandoli negli occhi, quale direzione di vita potremo indicargli.

Io, ad esempio,  trovo moralmente inaccettabile un paese che mentre sta celebrando i funerali per le vittime di una tragedia, fomenta un’altra tragedia lasciando in mare 117 persone, trovo eticamente schifoso il gioco delle parti riguardante le responsabilità e la rimozione totale della memoria storica di questo paese che racconta un storia diversa da quella dello storytelling governativo, una storia non tanto lontana nel tempo da giustificarne la dimenticanza collettiva.

Se vogliamo salvarci, è necessaria una rivoluzione culturale che deve partire da ognuno di noi, un’assunzione di responsabilità da parte di chi è ancora disposto a discutere con chi la pensa in modo diverso per trovare un punto di accordo, sono necessarie nuove idee e un modo nuovo di concepire la politica e l’impegno, che non segua il modello cominciato da Berlusconi, proseguito da Renzi e perfezionato da Salvini, quello dell’uomo forte, che finge di fare e non fa, che finge di muoversi e resta fermo, che si dice nuovo ed è vecchio, ma porti avanti un nuovo paradigma di società che parta, realmente, dalle persone, con l’intento di migliorarle, non di blandire la loro parte peggiore e che torni a produrre valori, a dare coordinate di vita che non facciano a meno della dignità e del riconoscimento dell’altro.

Non so, onestamente, se siamo ancora in tempo e lo zeitgeist in cui siamo immersi mi induce al pessimismo. Ma la fede, laica o religiosa che sia, obbliga comunque ad avere fiducia, e per quanto la mia sia traballante, non so se per accidente o per fortuna, è ancora lì.

Categorie:Attualità

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