A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scuola al tempo dell’ipocrisia


primo-giorno-di-scuola

Lunedì le scuole riaprono per i docenti, con il consueto corollario di incontri più o meno inutili, più o meno noiosi, più o meno necessari a gettare le basi per il lavoro del nuovo anno:per i ragazzi se ne parla tra un paio di settimane, a seconda dei calendari stabiliti dalle singole regioni.

Quest’anno il mio stato d’animo è piuttosto tormentato all’idea di riprendere le attività, vuoi per la presenza, anzi per l’assenza del ponte Morandi, e le nuove ferite di una città in ginocchio, vuoi per il mare di ipocrisia che ci circonda e per il clima di odio che ha avvelenato gli ultimi mesi.

Da più parti leggo appelli sulla reintroduzione di Educazione civica come materia obbligatoria. Inutili, c’è già, si chiama educazione alla cittadinanza, è materia trasversale e non si limita alla conoscenza della Costituzione ma anche all’analisi di problemi complessi come le dipendenze, il contrasto alle mafie, i problemi legati all’alimentazione e all’ambiente,ecc.

Il sospetto è che questa richiesta nasconda in realtà la tentazione di fare politica in classe, di indottrinare i ragazzi in una determinata direzione. Roba da riforma Gentile, assolutamente sbagliata.

Fare scuola è forse l’attività più politica che esista ma in senso classico, aristotelico, di chi fa gli interessi della polis, della collettività, formando le nuove generazioni.

Compito di un insegnante, parlo per me e del mio modo di intendere la scuola, sia chiaro, è quello non di indirizzare le scelte politiche dei ragazzi ma di fare sì che quelle scelte, tutte, siano ragionate, motivate da un’attenta riflessione, ponderate sulla base di dati di fatto. Noi dobbiamo insegnare a ragionare con la propria testa e  a fare scelte consapevoli, qualche che sia la direzione verso cui si muovono.

Questo dello sviluppo del pensiero critico è un punto assai spinoso perché, in una società in cui lo spirito critico viene screditato, ridicolizzato e messo in discussione da chicchessia, in una società manichea e radicalizzata dove il dialogo sta scomparendo sostituito dalla rissa, il confronto è inesistente e tutti, da una parte e dall’altra, vanno avanti a forza di slogan e retorica d’accatto, diventa assai complicato far capire ai ragazzi che non sempre l’opinione della maggioranza è quella giusta e che, cito un verso di Brecht a me molto caro, ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai.

Le scuole sono sempre più ridotte a tanti Fort Apache, a zattere che navigano sempre più controcorrente. Ed è giusto così, intendiamoci, ma diventa sempre più faticoso, tanto più oggi, che rischiamo anche di essere menati per un brutto voto o una bocciatura.

Lavoro in una scuola fortemente multietnica, per fortuna,  non ho difficoltà a parlare con i ragazzi di un problema come il razzismo, dal momento che la maggior parte di loro o è stata vittima o ha assistito ad atti razzisti. E già questo è assai triste, ascolti certe storie e te le porti dentro, non riesci a liberartene. I ragazzi non sono razzisti, caso mai bisogna lavorare perché non lo diventino da adulti.

Sono altri i problemi che mi angosciano, problemi di cui i media non parlano e che quindi, per le perverse leggi dell’informazione, non esistono.

Mi riferisco all’aumento dell’uso di stupefacenti, ai problemi legati alla criminalità organizzata, al gioco d’azzardo,  ai tanti lavoratori che rischiano di perdere il posto, tutti temi che riguardano direttamente il quartiere in cui lavoro.

I ragazzi quando si affrontano queste questioni, chiedono inevitabilmente: – Ma perché non le dicono queste cose, perché nessuno fa niente?

E qui si apre un bel dilemma etico: perché uno dei principi che mi sono imposto dal primo giorno in cui sono entrato in una classe è quello di non mentire mai, per nessun motivo, ai ragazzi. Quindi cosa dovrei rispondere a queste domande  cercando di essere equilibrato, equidistante, asettico?

La soluzione è semplice: essendo più o meno equilibrato ma assai poco equidistante e per nulla asettico, presento alla classe la mia opinione in proposito, chiarendo che è la mia personale, mutuata dalla mia storia e dalla mia esperienza e quindi non ha alcun valore assoluto e invito i ragazzi a confrontarsi con altre opinioni, possibilmente opposte, per arrivare a conclusioni che, nella migliore delle ipotesi, saranno diverse per ognuno di loro.

Il mio modello è Danilo Dolci, ma caratterialmente, probabilmente, sarei ben presto venuto alle mani con i contadini  che lui cercava di educare a un’idea diversa di società, devo quindi cercare di conciliare il mio carattere con il suo metodo, la maieutica con l’impulsività. Ma quando si riesce a far venire fuori dai ragazzi quello che hanno dentro, a portarli a ragionare con la loro testa, la soddisfazione ripaga di tutti gli sforzi. Nota a margine: spesso, i ragazzi sono molto più esasperanti dei contadini di Dolci, che avevano dalla loro l’eredità di secoli di oppressione.

Per arrivare a questo, per sperimentare, cercando di fornire ai ragazzi le chiavi per decifrare almeno una parte del presente, io e i miei colleghi non abbiamo bisogno di una materia in più, di altre carte da imbrattare, basta il buon senso e la professionalità che, nella scuola, nonostante quel che si dice, è abbastanza alta.

Spiegare ai ragazzi il concetto di ipocrisia, quello sì che è complicato ma, per fortuna, ci viene incontro la tanto vituperata cultura libresca: il buon vecchio Dante, Parini e l’odiatissimo Manzoni, che più di tutti ha compreso l’Italia e gli italiani, stigmatizzando vizi e vezzi che si riproducono immutati dai suoi tempi ai nostri.

Perché la scuola deve soprattutto fare scuola, educare alla bellezza, al gusto per la cultura, alla poesia intrinseca in una formula matematica e al suo titanico tentativo di dare una logica a un mondo che ne è privo.  Spiegare che nel mondo la bellezza supera comunque quello che non va, anche se noi non ci crediamo, è importante che ci credano loro.

Sarà un anno complicato questo per gli insegnanti che credono nel valore del proprio lavoro, nella laicità della scuola e nella sua indipendenza, sarà un anno difficile perché ostinarsi a formare teste pensanti in un paese che sembra aver abdicato all’uso della ragione, è impresa da far tremare le vene ai polsi.

A tutti i colleghi e le colleghe, Buon inizio.

Categorie:Attualità

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