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Sulla mia pelle, passione e morte dei diritti civili


Sulla mia pelle
Sulla mia pelle, il film sul caso Cucchi uscito recentemente nelle sale e su Netflix e proiettato “illegalmente” ieri alla Sapienza di Roma, è un prolungato, quasi insostenibile pugno nello stomaco dall’inizio alla fine. Il regista non ha bisogno di mostrare la violenza, la violenza è nelle parole, negli atteggiamenti, nell’indifferenza di chi ha lasciato che un ragazzo passasse un’agonia di sette giorni prima di morire nel letto di un carcere.

Cucchi, interpretato in modo straordinario da Alessandro Borghi in un’operazioni di mimesi che, se si trattasse di un attore d’oltreoceano farebbe gridare al miracolo, non risulta neanche troppo simpatico, non siamo di fronte a un santino, alla descrizione della tragedia di un innocente, qui abbiamo uno spacciatore a cui vengono sistematicamente e inspiegabilmente negati i diritti civili più elementari da un Sistema disumano e disumanizzante, dove non esistono innocenti ma solo diversi livelli di colpevolezza.

E’ tempo di prendere atto che certi corpi, quelli dei migranti, quelli dei tossici, quelli degli spacciatori, quelli degli omosessuali, valgono meno, possono essere scissi dall’essere umano che temporaneamente li abita e pestati, violati, umiliati, ridotti a meri involucri privi di anima.
E’ un discorso che Ta Nehisi Coates, giornalista afroamericano, ha svolto in modo approfondito a proposito del corpo dei neri americani in Tra me e il mondo, libro in cui in una lunga lettera al figlio racconta come il corpo dei neri, per gli americani wasp, sia sempre stato scisso dalla loro anima, sia sempre stato disumanizzato.

Da noi, specie in questi tristissimi tempi, il discorso può essere trasferito alle categorie che ho elencato sopra, giovani uomini e donne che, come Cucchi, una volta entrati nel Sistema, smettono di essere tali e diventano qualcosa di meno, corpi da usare, involucri, meri simboli di qualcosa che rifiutiamo, che non fa parte della normalità e quindi, è pericoloso.

Noi vediamo per tutta la durata del film un corpo martoriato, abbandonato, ignorato, non un essere umano sofferente. I medici, i poliziotti, gli assistenti, i volontari, non si preoccupano della sofferenza di quel corpo, o se lo fanno, lo fanno in modo superficiale, con distacco, con durezza.

Una delle scene più emblematiche è quella della convalida del fermo: il giudice, una donna, non alza mai lo sguardo, non si cura di quel viso pieno di lividi perché ha davanti un colpevole e tanto basta.

Male, malissimo hanno fatto polizia e carabinieri a schierarsi contro l’uscita del film aprioristicamente, dichiarando candidamente di non averlo visto e non volerlo vedere. Sia perché criticare qualcosa che non si conosce è stupido, per quanto sia ormai diventato un atteggiamento comune, sia perché denuncia la paura di confrontarsi, di ammettere gli errori, di aprire una riflessione profonda sulle forze dell’ordine di questo paese che stiamo aspettando da quei tre maledetti giorni di Luglio del 2001.

Male, malissimo ha fatto il ministro dell’Interno e, lo ammetto, mi ripugna definirlo così, a non andare alla prima del film e a rifiutare un incontro con Ilaria Cucchi. Ma da chi è indagato per sequestro di persona e violazione dei diritti civili e resta al suo posto, non ci si può aspettare altro.

Sono convinto che molte brave persone liquideranno questa storia dicendo che se Stefano Cucchi non fosse stato uno spacciatore, questo non sarebbe successo. Tanto, lo sappiamo, queste sono cose che capitano sempre ai figli degli altri, non ai nostri.

Invece credo che sia proprio per i nostri figli che dovremmo tutti vedere questo film, magari insieme a loro, magari parlandone dopo, spiegando che gli errori a volte si pagano molto più della loro reale portata specie se incontri la persona sbagliata nel momento sbagliato o, come nel caso di Cucchi, le persone sbagliate, una lunga serie di persone sbagliate.

Il film non lancia accuse, non è politicamente schierato, non assolve e non condanna: è una foto devastante e devastata del nostro sistema giudiziario, una luce puntata su una terra incognita, che non interessa la maggioranza della gente e che invece dovrebbe riguardarci tutti, perché i diritti di uno, colpevole o innocente che sia, sono i diritti di tutti.

Una delle pochissime cose buone che aveva fatto il precedente governo era la riforma penale del ministro Orlando, una riforma seria, civile, perfettibile ma dignitosa che è stata immediatamente azzerata da questo esecutivo. Forse, Stefano Cucchi, se quella riforma fosse stata fatta prima, sarebbe ancora vivo e non sarebbe stato necessario girare un film di un’ora e quaranta minuti per ricordarci cosa può succedere ai nostri ragazzi nelle nostre carceri.

Un’ultima nota a margine: Renzi aveva provato, malissimo, a introdurre timidamente il reato di tortura, questo governo non l’ha preso neanche in considerazione. Fino a quando non verrà inserito in modo serio nel nostro codice penale e non riguarderà anche le forze dell’ordine, senza nessuna attenuante ma con le dovute aggravanti che merita chi abusa del proprio potere, parlare di democrazia e civilità nel nostro paese sarà del tutto superfluo.

Categorie:Cronaca, Stefano Cucchi; Sulla mia pelle; Ilaria Cucchi; Sistema giudiziario; Salvini; Riforma giudiziaria Orlando

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