Leggo, con una certa perplessità, il comunicato di Libera riguardo un provvedimento contenuto nel decreto sicurezza, più precisamente quello riguardante la vendita dei beni confiscate alle mafie.

La legge attuale prevede il riutilizzo di questi beni da parte di cooperative e associazioni che svolgano compiti utili alla collettività.

La legge non funziona, come hanno dimostrato i fatti di Palermo, dove si era creata una gestione a fini di lucro di questi beni a cui partecipava anche un magistrato incaricato di assegnarli, o come dimostrano i numerosi beni per cui i comuni non fanno la messa all’asta, o la fanno e non trovano acquirenti. La legge non funziona e andrebbe perfezionata e modificata, come la stessa Libera chiede da tempo. Ci sono d’altronde magistrati integerrimi, come il Procuratore Gratteri, che ritengono che i beni confiscati alle mafie vadano venduti dallo Stato.

La mia opinione in proposito è che, nel nostro paese, senza regole ferree e un controllore esterno allo Stato, i beni tornerebbero inevitabilmente nelle mani delle mafie. Ma non è questo il punto.

Il motivo della mia perplessità è che, ancora una volta, l’antimafia civile, di cui Libera è una autorevole esponente, sceglie di combattere una piccola battaglia, di partire da quello che Guicciardini denominava il particulare, senza trovare la forza di combatterne una grande.

E’ tutto il decreto sicurezza ad essere potenzialmente mafiogeno, mi si perdoni l’orrido neologismo. Creare dall’oggi al domani migliaia di immigrati clandestini privandoli di diritti riconosciuti fino ad oggi, non fa altro che aumentare il numero di potenziali elementi da reclutare nelle mani  delle mafie nostrane e in quelle straniere che operano nel nostro territorio.

Non inserire provvedimenti efficaci che limitino il controllo di ampie parti del nostro territorio da parte delle mafie, rinunciare completamente alle politiche sociali ignorando il problema delle periferie, condonare e premiare, invece di sanzionare l’illegalità diffusa, favorisce la cultura mafiosa.

Ogni diminutio in termini di diritti civili è un regalo alle mafie, dirò di più, anche un falso diritto come il reddito di cittadinanza, al sud ma anche, ormai, in molte zone del nord, favorisce per diverse vie l’ingresso delle mafie; sia indirettamente, facendolo concedere a chi non ha diritto, non certo un problema per organizzazioni che controllano interi comuni, sia direttamente, perché si tratta di una cifra ridicola e vincolata che non intacca minimamente quell’humus di disagio sociale, mancanza di prospettive e disperazione in cui le mafie prosperano.

Giova alle mafie anche la continua, ossessiva, maniacale demonizzazione e criminalizzazione degli immigrati da parte del governo, perché portando l’attenzione dei media sulle mafie straniere, la distoglie da quelle nostrane.

Su tutto questo, l’antimafia civile, a parte poche, retoriche prese di posizione fini a sé stesse, sembra non avere nulla da dire.

Io credo, senza voler mettere in discussione né l’operato di Libera che tanto ha fatto per la coscienza civile di questo paese, né la figura di Don Ciotti, che non si discute, e parlo di Libera perché capostipite dell’antimafia civile ma intendo la parte per il tutto, credo, dunque, che l’antimafia vada ripensata, credo che sia debba comprendere che non ci troviamo di fronte a un problema, la presenza delle mafie, ma al frutto di reiterate scelte politiche che hanno aumentato e nutrito il problema. Combattere la mafia senza pretendere una politica sociale diversa che soffochi sul nascere la crescita delle organizzazioni criminali, equivale a quei farmaci che promettono una terapia sintomatica e coadiuvante dell’influenza ma non la curano. Pretendere una politica diversa senza denunciare puntualmente le mancanze di quella attuale, è inutile, una pia illusione.

Non a caso, qualche tempo fa, Gratteri, parlando ai ragazzi di un liceo, alla domanda riguardo quanto può pesare la società civile nel combattere la mafia ha risposto: nulla.

Io non sono così pessimista: credo che molto si possa fare con i giovani, nelle scuole, ma che lo si faccia male, utilizzando una prassi che se era valida vent’anni fa, oggi mostra tutti i suoi acciacchi. Credo che si faccia poco e, a volte, male, sprecando una grande occasione. Perché i ragazzi sono manichei, sensibili al problema, interessati ma anche facili alla noia e abituati a consumare e dimenticare ciò che non li colpisce nel profondo. E a volte, per colpirli nel profondo, bisogna aprirsi, andare sopra le righe, avvincerli con. la verità delle proprie convinzioni, non recitare il compitino. Non sono ammesse improvvisazioni, con i ragazzi.

Chi lavora a scuola, chi fa scuola, sa che non si può usare lo stesso metodo con tutti i ragazzi di tutte le classi ogni anno, ma che bisogna costantemente reinventarsi, a volte giorno dopo giorno, rimettersi in discussione, capire cosa non funziona e ricominciare da zero.

Ecco, credo che questo manchi all’antimafia civile che si limita a riproporre più o meno nello stesso modo, le stesse proposte, le stesse modalità di azione. Non ha la forza di rimettersi in discussione, di lasciare il vecchio, mantenendo ciò che non deve andare perso, per il nuovo.

Gli altri, invece, i mafiosi, si aggiornano e sono sempre un passo avanti a tutti, tanto che un geniale Antonio Albanese, in un programma recente in cui interpretava un capo mafia, alla richiesta della cupola su cosa fosse necessario fare per rilanciare le attività, diceva: dobbiamo fare antimafia.

Albanese ha messo il dito su un nervo scoperto: ciò che è debole è infiltrabile e l’antimafia civile oggi, è debole e infiltrabile. La retorica della memoria, legittima e necessaria ma diventata stucchevole, grazie anche a una pletora di fiction, spesso anche ben fatte, che hanno però il difetto di rappresentare la mafia come qualcosa di legato al meridione e al passato, la trasformazione di figure critiche del movimento antimafia come Peppino Impastato in santini o icone pop, l’idea che le manifestazioni piene di bandiere colorate riescano a convincere la gente che la mafia è un problema di tutti, sono strumenti che hanno fatto parzialmente il loro tempo, che non incidono più sul presente perché il presente, per le mafie, è già futuro. Se Peppino Impastato fosse vivo, sarebbe parecchio incazzato oggi, come lo fu al tempo.

Questo senza togliere nulla a chi ci crede e si impegna quotidianamente per un mondo migliore, lungi da me l’idea di mettere in dubbio la buona fede e l’onestà intellettuale di tutti gli aderenti del movimento antimafia, che però, spesso, sono più simili a chi attende il verbo dall’alto invece che a chi il verbo lo rende realtà e prassi quotidiana. Perdonate il mio eloquio da cattocomunista, ma il movimento antimafia ha bisogno di preti operai, chi ha una certa età e i capelli bianchi sa cosa voglio dire.

Per concludere, mi sarebbe piaciuta una presa di posizione netta contro il decreto sicurezza sia da parte di Libera, che da parte di tutte le associazioni che fanno parte della sua rete. Una presa di posizione, chiara, forte, decisa, che andasse a tutelare i diritti civili e costituzionali, una presa di posizione che sarebbe già dovuta arrivare ai tempi del decreto Minniti e in molte altre occasioni.

Forse non si possono combattere tutte le battaglie, ma io credo che oggi siamo arrivati al punto in cui bisogna almeno provarci.

1 commento

  1. caro amico, condivido come sempre ciò che dici; vorrei aggiungere che, come sai, io sono favorevole alle nazionalizzazioni, quindi estendendo a ciò anche quel che proviene dai sequestri alla criminalità.
    Il problema però è proprio questo: quale Stato può e deve nazionalizzare? Questo Stato?

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