siringhe

Ieri, mentre andavo a scuola, ho visto negli squallidi giardini del centro commerciale attraverso cui passo ogni giorno, cinque siringhe tra l’erba.

Non capitava da un po’; certo, il posto è frequentato da spacciatori e l’odore dolciastro della marijuana e dell’hashish aleggia qui e là, ma erano anni che non vedevo siringhe per terra.

È tornata la droga? Non è mai andata via, i ragazzi in questi anni hanno continuato a farne uso, sempre di più, qualche volta a morirne nell’indifferenza generale, a meno che la loro fine non fosse utile per squallide strumentazioni politiche.

La droga, nell’opinione comune, è un non problema di non persone che si consuma in non luoghi, come lo squallido prato di un centro commerciale, a pochi metri da dove giocano i bambini, quasi un simbolo: la gioia di vivere vicino al dolore di vivere, da’ da pensare, se andasse ancora di moda pensare.

Sarebbe il caso di non parlare più di lotta alla droga che, se mai c’è stata, è stata persa da tempo. La mia generazione, per certi versi, è una generazione di reduci, difficile trovare un cinquantenne che non abbia conosciuto qualcuno che quella lotta l’ha persa.

Sarebbe il caso di parlare di contenimento, legalizzazione, educazione all’uso responsabile, pura fantascienza in un paese che vive una stagione di ipocrita neo integralismo religioso, governato da una destra per cui l’unica soluzione ai problemi sociali è la repressione, che non funziona e non ha mai funzionato.

Avere a che fare con un tossicodipendente è un’esperienza straziante, con un corollario di rabbia, sensi di colpa e impotenza che lascia segni profondi, come sanno i genitori che hanno fatto quest’esperienza. Senza contare il pietismo dei conoscenti e la vergogna, del tutto ingiustificata ma presente. Ma il problema principale è che quei genitori sono soli, alle prese con qualcosa che non capiscono e che li spaventa. Senza contare la vergogna, il discredito, la sensazione di aver fallito. Solo uno degli esempi del fatto che la droga non riguarda solo chi la usa.

La droga è un problema sociale ignorato, nascosto, messo da parte. È scomodo parlarne, non esistono soluzioni facili né slogan da sbandierare.

Esistono però gli operatori dei Sert e quelli delle comunità di recupero, persone spesso straordinarie che svolgono un lavoro duro, ingrato, nascosto, che salvano vite e cambiano storie di vita, che non finiscono mai in prima pagina sui giornali, che suppliscono ogni giorno all’assenza dello Stato.

La droga non è mai andata via perché è una delle figlie del male di vivere, del degrado, dell’indifferenza, dell’incompetenza e dell’indifferenza genitoriale, problemi che negli ultimi anni sono aumentati, problemi che non importano a nessuno tranne a chi ci fa i conti ogni giorno.

La stampa amplifica ed esagera fenomeni marginali come la ludopatia e il bullismo, su cui si sprecano convegni, corsi di formazione, programmi TV e dimentica il problema giovanile per eccellenza e non solo giovanile. Quando si occupa di tossicodipendenza lo fa in modo dilettantistico, irritante, approssimativo. Esattamente come la politica.

Intanto i ragazzi muoiono o bruciano le loro vite, si perdono, e con loro tutti perdiamo qualcosa: sogni, possibilità, speranze.

Speriamo solo che dopo la caccia al nero non cominci la caccia al tossicodipendente, speriamo solo che lascino lavorare in pace chi i tossici li salva.

Intanto ieri ho rivisto delle siringhe nel brutto parco di un centro commerciale, ma forse c’erano anche prima, forse avevo solo smesso di guardare.

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