Trame eil mondo

Un  libro durissimo, edito negli Stati Uniti qualche anno fa, ma assolutamente attuale. Un atto d’accusa violento, diretto, feroce contro il sistema di potere americano e il razzismo che lo sostiene.

L’autore è un giornalista che scrive al figlio, raccontando gli episodi salienti della propria vita, contraddistinti dalla violenza brutale e gratuita consumata dai bianchi contro i neri.

Il corpo dei neri, scrive l’autore, non è umano, i neri possono essere percossi, derisi, uccisi a sangue freddo, denigrati e  umiliati perché i bianchi possano ribadire la propria supremazia.  Il corpo dei neri è un peso da cui non ci si può liberare e che bisogna imparare ad accettare.

Questo libro è una memoria dell’infamia, un j’accuse e un incitamento alla rivolta, la storia di una presa di coscienza, di una emancipazione da un destino segnato. Coates è una voce autorevole di quei neri nati dopo la fine del Movimento dei diritti civili, dei suoi (pochi) successi e del suo sostanziale fallimento, della rabbia seguita alle speranze nate dopo l’elezione di Obama e della desolazione dell’era Trump.

Figlio di un ex militante delle Pantere nere, Coates racconta al figlio della propria adolescenza a Baltimora, della progressiva acquisizione dei codici di soipravvivenza per restare vivo in strada; racconta la sconfitta di una scuola bianca nata per i bianchi, dell’invenzione della negrezza come costruzione culturale talmente sedimentata da divenire reale, della scoperta, all’università, del mondo della cultura nera, del razzismo e della violenza contro il corpo nero come necessario complemento al Sogno americano.

La storia di Prince Jones, studente brillante, figlio di una dottoressa, bello, elegante, colto, ucciso solo perché nero da un agente di polizia assolto da qualunque accusa, ossessiona l’autore, diventa il simbolo della fragilità del corpo nero, della sua inermità.

Non sono solo i figli del ghetto a morire per le strade d’America, sono i neri in quanto neri.

Coates non dà parole di speranza al figlio, non scrive un Razzismo spiegato a... in chiave americana, al contrario, lo mette in guardia sulla precarietà del corpo nero, sulla necessità di lottare ogni giorno per i propri diritti, consapevole che la sua diversità, la sua oppressione, serve ai bianchi per stare tranquilli ed è, quindi, irredimibile.

Le pagine più commosse sono quelle dell’incontro con la madre di Prince Jones: malata, distrutta dal dolore, incapace di spiegarsi l’accaduto se non come l’ennesima prova di una segregazione non più stabilita in termini di legge ma culturale, una segregazione che esiste nella mente dei bianchi e nella mente di quei neri che aspirano, vanamente, a diventare bianchi, che vivono fingendo di non essere quello che sono.

Noi italiani, fino a qualche anno fa, ci siamo limitati a considerare il razzismo come una forma di ignoranza, un prodotto culturale circoscrivibile a pochi. E’ stato un errore di prospettiva.

La miseria intellettuale ed etica che traspare da molti interventi sui social, lo squallore di una politica disposta a sacrificare i diritti degli ultimi sull’altare del consenso elettorale, il consenso di cui gode questa politica spietata, ottusa, alla ricerca di un nemico verso cui incanalare la rabbia sociale per distoglierla dai problemi reali a cui è incapace di fare fronte, fanno sì che questo libro descriva una realtà presente e prossima molto più vicina a noi di quanto ci piacerebbe.

Coates pone l’accento sulla razza, su come  i principi democratici dei sistemi occidentali e capitalisti, libertà, uguaglianza, fraternità, presuppongano, sottintendano, un “altro” da sottomettere, da sfruttare, da educare, da mettere all’indice quando i tempi diventano duri. Il razzismo non nasce, dunque, dall’ignoranza ma dal sistema in cui viviamo, è figlio di quei diritti di cui ci vantiamo. La storia coloniale dell’Europa èì la prova di questo assunto.

Un libro duro e necessario, che non può neanche lontanamente permetterci una immedesimazione con chi scrive, possiamo capire solo con uno sguardo distaccato: perché noi siamo bianchi, non ci svegliamo ogni mattina con un colore che è l’emblema della violenza e del sopruso giustificato, socialmente accettato, necessario, nella logica terribile della razza dominante. Perché noi siamo la razza dominante.

Bisogna cominciare a modificare il paradigma della lotta al razzismo, partendo non da un presupposto d’ignoranza da parte dei troppi che lo predicano, ma dal rimettere in discussione quei valori che ci hanno permesso di vivere in un mondo libero ma bianco che presuppone l’odio verso i neri, verso l’altro, come fondamento.

L’ho scritto molte volte: affrontare fenomeni nuovi con parole vecchie significhe essere sconfitti in partenza. Coates scrive parole nuove, il punto di vista di chi tace da troppo tempo e non è mai stato invitato a partecipare al dibattito. Non scrive parole dure e taglienti per noi, ma contro di noi.

Possiamo considerare questo libro la testimonianza di una realtà sociale lontana da noi o come la denuncia di una realtà in cui ci stiamo, progressivamente immergendo, ma sarebbe opportuno considerarlo la testimonianza di una realtà in cui siamo sempre stati immersi e che abbiamo nascosto a noi stessi.

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